di Raffaella Ianuale
Il Gazzettino, 17 febbraio 2026
Le volontarie: “Servono psicologi e psichiatri”. Fine pena a rischio: “Temono di non essere accettate”. Ha lasciato un biglietto prima di congedarsi dalla sua giovane vita. Un addio che toglie ogni dubbio sul perché abbia deciso a 32 anni di impiccarsi nel bagno della cella del carcere femminile della Giudecca. Quindi si archivia un altro suicidio, l’ennesimo, di un detenuto. La giovane donna non ha retto, malgrado non avesse commesso reati irreparabili che le impedissero di ripartire. Pagava per guai legati al mondo della droga e stava finendo di espiare la sua pena. Al di fuori, nel Trevigiano, aveva una mamma che non l’aveva rinnegata, come a volte accade a chi ha avuto problemi con il carcere, anzi la seguiva. Una morte che ha scosso le detenute e ora l’attenzione è massima perché in un momento di dolore forte c’è sempre qualche rischio.
È il secondo suicidio nell’arco di pochi mesi che coinvolge il carcere femminile veneziano. Lo scorso ottobre una detenuta di 62 anni si era tolta la vita poco dopo essere stata in permesso per andare a trovare l’anziana madre. Anche lei non aveva commesso un reato violento e nemmeno lei dava segnali di allarme. Eppure capita.
“Le volontarie che hanno avuto contatti con questa ragazza non si sarebbero mai aspettate un gesto così, questo dimostra ancora una volta come ci sia bisogno di psicologi e psichiatrici che sappiano cogliere i malesseri” dice Maria Voltolina dell’associazione Il granello di senape attiva all’interno delle carceri veneziane. Proprio in uno degli ultimi numeri della rivista “Ponti” curata dall’associazione, un detenuto del penitenziario maschile ha scritto come sia stato più volte salvato dalla volontà di farla finita grazie al supporto psicologico.
Mentre Nadia De Lazzari, responsabile di Venezia Pesce di Pace, anche lei da una vita a contatto con le detenute ha scritto un pensiero: “C’è un silenzio che resta dopo il suicidio di una giovane detenuta. Un silenzio che interroga tutti, istituzioni, operatori, volontari, cittadini. Da trentaquattro anni entro nel Carcere Femminile della Giudecca con progetti educativi che uniscono studenti veneziani e donne detenute. Insieme costruiamo ponti fatti di parole, colori, ascolto. Ho visto donne chiuse nel mutismo trovare nella pittura un varco. Ho visto lacrime trasformarsi in racconto. Ho visto fragilità diventare consapevolezza”.
Nel 2025, anno in cui si celebravano i 300 anni dalla nascita di Giacomo Casanova, simbolo universale del desiderio di libertà, l’associazione Venezia Pesce di Pace ha realizzato il progetto “Dipingiamo la libertà a Venezia”. Quasi una quarantina di detenute (su circa 90) hanno partecipato a un percorso artistico espressivo serio e dai loro lavori ne è nato un catalogo. “Negli anni ho imparato che esiste un momento particolarmente fragile e delicato nella vita delle donne detenute, cioè quello che precede l’uscita dal carcere - prosegue De Lazzari -.
È il tempo che dall’esterno immaginiamo come il più felice ma che spesso è attraversato da una paura profonda. Paura del ritorno in società, del giudizio, di non essere accettate, di non trovare lavoro, casa, relazioni sane. La libertà, quando arriva, non è solo apertura, è vertigine. Se non si è lavorato interiormente su colpa, vergogna, identità, il rischio è che l’uscita non sia un inizio ma un vero e proprio smarrimento, ed è proprio in questa fase del percorso penitenziario che le detenute si chiudono in se stesse”.











