di Raffaella Ianuale
Il Gazzettino, 16 febbraio 2026
La tragedia la notte fra sabato e domenica. La compagna di cella ha dato l’allarme ma nonostante una corsa disperata all’ospedale la donna è morta. Non si danno pace tutti coloro che l’hanno conosciuta e che con lei hanno condiviso anche il periodo di detenzione. Ieri nessuno poteva credere che proprio questa giovane donna avesse deciso di porre fine alla sua vita impiccandosi nel bagno di una cella del carcere femminile della Giudecca a Venezia. “Simpatica, per alcuni aspetti ironica, era sempre la prima a partecipare a ogni attività proposta all’interno della casa circondariale” racconta chi la conosceva.
Non aveva permessi per poter uscire, ma era disponibile a cogliere ogni occasione che le veniva offerta, dal corso di pittura ai vari laboratori di teatro e di canto. Si dava da fare anche nei lavori spesso commissionati dall’esterno e altre volte interni al carcere: le detenute se lo desiderano possono impegnarsi nelle cucine, in stireria piuttosto che in lavanderia, oltre che nell’orto per poi vendere i propri prodotti lungo la Fondamenta delle Convertite nell’isola della laguna veneziana dove c’è il carcere femminile.
Eppure, malgrado la disponibilità e un’apparente serenità, la scorsa notte ha deciso di farla finita. Si è tolta la vita a 32 anni impiccandosi nel bagno della cella che condivideva con una compagna. E stata proprio lei a lanciare l’allarme. Soccorsa ancora in vita, la detenuta è stata assistita dal personale sanitario del 118 giunto in carcere con l’idroambulanza. Una disperata corsa contro il tempo fino all’ospedale civile di Venezia e poi le manovre per cercare di rianimarla, ma è stato tutto inutile poco dopo è deceduta. “Le mancava poco per espiare la sua pena - prosegue chi la conosceva - ma a volte è proprio la prospettiva di tornare in libertà che fa scattare qualcosa, una sorta di timore di non farcela, il cambiamento fa sempre paura”.
“È l’ottava morte autoinferta dietro le sbarre dall’inizio dell’anno, in un sistema penitenziario che oltre alla libertà, evidentemente, toglie ogni speranza” dice a caldo Gennarino De Fazio, il sindacalista della Uilpa che ieri ha denunciato l’accaduto. Due di questi suicidi, ricordiamo, si sono consumati nel carcere Due Palazzi di Padova nell’arco di appena due giorni. Il 28 gennaio un detenuto di 73 anni, rinchiuso nell’ala di alta sicurezza, si è tolto la vita poco prima di un trasferimento. E due giorni dopo ha fatto lo stesso un 35enne impiccandosi nel bagno della sua cella nel reparto dei detenuti comuni.
Ora un’analoga vicenda si ripete alla Giudecca, uno dei pochi carceri in Italia con una sezione per le detenute con figli, senza sovraffollamento e una buona integrazione con il territorio costruita dalla direttrice Maurizia Campobasso.
“Rispetto alle carceri maschili con una presenza eccessiva di detenuti rispetto agli spazi disponibili quello della Giudecca non presenta problematiche particolari - conferma Alessandro Maculan dell’associazione Antigone - però non mi stupisco che avvenga, perché il carcere è sempre un’esperienza dolorosa”. Ieri nessuno aveva voglia parlare, nemmeno don Paolo Bellio, il cappellano del carcere della Giudecca che tutti i giorni va a trovare le detenute. Nessuno se l’aspettava un gesto così da questa giovane donna. Sarà un’inchiesta ad approfondire cosa possa essere successo e se qualche elemento esterno possa aver messo in difficoltà la 32enne.
“Una cosa però è certa - dice chi lavora a stretto contatto con le donne del carcere della Giudecca - ogni attività che viene organizzata all’interno della casa circondariale come un laboratorio piuttosto che un’esperienza lavorativa, è sempre accolta dalla maggior parte delle detenute con disponibilità. Quando, invece, entrano estranei, come ad esempio i politici, per visitare il carcere, le detenute si destabilizzano ed entrano in difficoltà”.










