sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Vera Mantengoli

Corriere del Veneto, 30 gennaio 2025

Il direttore di Santa Maria Maggiore, Farina: “Molte richieste, pronti a coinvolgere altri istituti”. “La libertà può essere un pugno in faccia se non si è preparati ad affrontarla”. Parole di Enrico Farina, direttore del carcere maschile di Venezia, che ieri ha accolto i cappellani degli istituti penitenziari del Triveneto, giunti a Santa Maria Maggiore ognuno con una candela da accendere per portare un messaggio di luce nell’oscurità. A inizio gennaio Don Mariano Dal Ponte, cappellano del carcere di Padova, è andato a Roma dove sono state benedette dal cardinale Mauro Giambetti le lanterne della speranza, realizzate dai detenuti di Salerno, una per Regione.

Da questa lanterna sono state accesi altrettanti lumini che nell’anno del Giubileo porteranno in ogni carcere una luce di speranza. In occasione della cerimonia, celebrata da monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia e delegato dei Vescovi del Triveneto per la Pastorale dei Detenuti, Farina ha parlato dell’importanza del lavoro e del percorso personale che ogni detenuto deve affrontare per scoprire il proprio talento e arrivare a conquistarsi un nuovo posto nel mondo.

“Il carcere non deve essere considerato solo un luogo di chiusura, ma anche un luogo dove si dimostra di aver acquisito quei valori necessari per poter tornare “fuori” - ha detto Farina - Ogni volta che questo avviene, per tutti noi è una conquista, ma in una società frenetica come questa, bisogna essere pronti, altrimenti quella libertà può travolgere”. Farina ha utilizzato la metafora della lampada per raccontare la trasformazione che sta avvenendo nel carcere di Venezia. Grazie al lavoro svolto negli ultimi mesi per creare dei ponti tra “dentro” e “fuori”, attualmente il carcere di Venezia non riesce a soddisfare le tante richieste di lavoro che stanno arrivando: “Le persone che riteniamo pronte per andare a lavorare devono aver svolto un percorso - ha aggiunto - Oggi da Venezia abbiamo così tante richieste che possiamo offrire a detenuti definitivi con buona condotta anche provenienti da altri istituti la possibilità di intraprendere dei percorsi avanzati”. Il lavoro è anche l’ultimo tema affrontato dal gruppo di detenuti di Venezia che ogni domenica, dopo la Messa, discute un tema diverso.

“I detenuti non sono reati che camminano, ma persone - spiega il cappellano di Venezia don Massimo Cadamura Per questo, oltre a una sede che stiamo ristrutturando a Campalto, stiamo cercando di trovare alcuni appartamenti per farci da garanti come diocesi”. Sono loro, i cappellani e i loro aiutanti volontari, che sono a contatto ogni giorno con quell’oscurità che necessita speranza.

“Il carcere minorile di Treviso dimostra come siano sempre più carenti le risorse nel territorio - spiega il cappellano don Otello Bisetto Attualmente ci sono 23 ragazzi su 12 posti letto e metà di loro dorme in materassi per terra. Come possiamo dare un futuro a questi giovani? Come possono riacquisire speranza e fiducia per poter ricominciare?”. Le carceri attualmente non hanno solo il problema del sovraffollamento, ma anche di come contenere persone con problemi psichiatrici e tossicodipendenti. In questa “oscurità” il lavoro è una luce che porta speranza.

“Così come la luce santa accesa oggi a Santa Maria Maggiore verrà portata come segno di speranza in tutte le carceri del Triveneto, anche l’impegno quotidiano di volontari, educatori e polizia penitenziaria continua ad ampliare le opportunità di reinserimento - ha concluso Farina - La crescente richiesta di figure specializzate nei settori dell’edilizia, della nautica, della ristorazione, dell’archivistica digitale e dei servizi offre prospettive per tutto il Triveneto. È un segnale concreto di come il mondo del lavoro sia sempre più aperto a percorsi di inclusione, valorizzando competenze e professionalità che possono diventare un ponte verso una nuova vita.”