di Alberto Zorzi
Corriere del Veneto, 17 luglio 2025
Dopo il presunto pestaggio era stato trasferito non carcere di Verona, dove si è impiccato. L’accusa di lesioni e falso. La difesa: ci voleva colpire con un estintore. Quello che è successo in quella stanza lo sanno solo loro, perché di telecamere non ce n’erano e la vittima non può più raccontarlo, dato che alcuni mesi dopo si è suicidato in carcere a Verona. Quel che è certo è che un giovane detenuto 23enne ne era uscito con una milza spappolata, che 48 ore dopo gli sarebbe stata asportata per via chirurgica in ospedale.
Secondo il pm Andrea Petroni, la causa della lesione sarebbero state le botte che quattro guardie carcerarie, allora in servizio a Santa Maria Maggiore a Venezia, gli avrebbero dato in quel 19 febbraio di un anno fa, dopo che questi aveva colpito uno di loro con un pugno in faccia. Ieri i quattro agenti sono finiti di fronte al gup Benedetta Vitolo, con l’accusa di lesioni e falso, reato quest’ultimo contestato anche a un medico: l’udienza è stata però rinviata al prossimo 26 settembre.
La prima parte della vicenda è assodata, perché è ripresa dalle telecamere. Si vede il giovane che viene fatto uscire dalla sua cella e però invece di seguire le guardie carcerarie corre nella direzione opposta, finché arriva davanti alla porta di uno degli uffici degli agenti. Lì viene fermato da un poliziotto che era dentro, poi arrivano anche gli altri e dai gesti si capisce che gli chiedono che cosa aveva intenzione di fare. Lui li affronta a muso duro, poi parte il pugno.
A quel punto gli agenti lo spingono dentro la stanza e lì, per l’accusa, l’avrebbero picchiato per una ventina di minuti. Il giorno dopo, com’era già previsto, il giovane era stato trasferito nel carcere di Montorio Veronese, ma quando era arrivato il medico si era subito preoccupato a vedere tutte quelle ecchimosi. L’aveva dunque inviato in ospedale e lì era stata riscontrata la lesione alla milza che poi avrebbe portato all’intervento di asportazione. Il giovane poi era tornato in cella dopo pochi giorni, ma a dicembre si era impiccato.
Diversa la versione degli agenti, difesi dagli avvocati Mauro Serpico, Francesco Paolo De Simone Policarpo e Martina Pinciroli. Intanto perché loro nelle relazioni di servizio - da qui l’accusa di falso in atto pubblico - avevano scritto di aver dovuto reagire al tentativo della vittima, una volta entrato nella stanza, di prendere l’estintore per usarlo come arma contro di loro. Una versione a cui il pm non ha creduto da un lato perché appunto sono stati gli agenti a spingerlo all’interno, dall’altro perché l’estintore era dalla parte opposta rispetto alla porta. Viene poi contestato il nesso causale tra le botte e la lesione della milza, tanto che l’avvocato Serpico ha chiesto una perizia medico legale sotto forma di incidente probatorio per verificarlo.
E il giudice su questo si è riservata rinviando l’udienza a fine settembre. Quanto al medico, difeso dall’avvocato Marco Vianello, gli viene contestato di aver firmato il nulla osta per il trasferimento a Verona. Il dottore l’aveva visto nell’immediatezza del “pestaggio” e aveva riscontrato le botte, dicendo di avvisarlo se fossero peggiorate; il giorno dopo, però, senza rivederlo, aveva dato l’ok. Nel frattempo ieri sono state ammesse come parti civili la mamma della vittima e anche l’associazione Antigone, che ha nello statuto proprio la tutela delle condizioni dei detenuti.











