di Ilaria Dioguardi
vita.it, 19 febbraio 2026
Nella notte tra il 14 e il 15 febbraio Consuelo, una trentasettenne detenuta nella Casa di reclusione veneziana della Giudecca, si è tolta la vita. È l'ottavo suicidio del 2026. “Il giorno dopo sono andata a trovare le donne in carcere: quella tragedia non riguarda solo loro, era necessario dirglielo”, afferma la scrittrice Giulia Ribaudo, che nell’istituto da dieci anni tiene corsi di scrittura. Per far sentire la vicinanza di chi sta fuori, l'associazione Closer invita a un presidio sull'isola, con delle luci, nella sera del 19 febbraio. “Vi abbraccio, sono qua perché fuori ho pensato che fosse giusto venire, stare con voi”.
Alle donne detenute alla Giudecca di Venezia Giulia Ribaudo ha detto queste parole. Lei è una scrittrice che in quell’istituto da dieci anni tiene corsi di scrittura. Le ha scritte il giorno dopo il suicidio di Consuelo, 37 anni, avvenuto in una cella della casa di reclusione nella notte tra il 14 e il 15 febbraio.
Ribaudo è fondatrice e presidente di Closer, associazione culturale che promuove attività di scrittura all’interno della Giudecca. “Penso che quella tragedia non riguardi soltanto loro. Per me era necessario dirglielo”. E per dirglielo ha scritto una lettera, pubblicata su Domani. L’associazione Antigone segnala che il 2025 è stato l’anno che ha fatto segnare il dato più alto di donne che si sono suicidate in carcere: sei. In questo 2026 Consuelo è già l’ottava persona detenuta che si è tolta la vita in cella, dall’inizio dell’anno (dati del dossier Morire di carcere di Ristretti orizzonti, aggiornati al 16 febbraio 2026).
“Ci stiamo preparando a riaccogliervi” - “Ho scritto questa lettera perché credo che, nel momento in cui varchi la soglia del carcere, ti rendi conto che non è trasparente, che di fatto puoi essere completamente dimenticata. E che, in tanti contesti, sia anche semplice per una parte di popolazione dimenticarsi di certi problemi. Inoltre, è un modo per dire: “Ci stiamo preparando a riaccogliervi”“, spiega Ribaudo. “Dobbiamo pensare a loro quando usciranno, anche per avere la sicurezza che la pena funzioni, se dobbiamo veramente dare un ruolo alla pena: in questo momento non mi sembra ci sia la certezza che la pena abbia un ruolo”.
“Ho sentito il bisogno di venire e di scrivere, perché la vita di Consuelo non venga assorbita dentro una grammatica rassicurante che trasforma una morte in fragilità individuale, un evento in deviazione, una responsabilità collettiva in destino personale”, scrive Ribaudo nella sua lettera. E ancora: “Scrivere è un modo per non lasciare che l’accaduto si chiuda su se stesso: per tenere aperta la domanda su che cosa stiamo facendo, in nome di chi, e a quale costo collettivo”.
Una responsabilità collettiva - Ribaudo lavora nelle carceri dal 2012. “Negli istituti oggi accedono persone che sono estremamente vulnerabili. La società è sempre più ansiogena, sempre più fragile, sempre più vulnerabile, quindi, di conseguenza, lo è anche il carcere”, ci dice. “Nel momento in cui una morte è dentro un’istituzione statale, dobbiamo farcene carico per tutti quanti. Fuori la responsabilità è individuale, è personale, anche di fronte alla legge, ma dentro il carcere la responsabilità è collettiva, è della società, è dello Stato. Quindi, secondo me, è ben diversa la gestione”.
Il silenzio delle donne - “Dopo aver saputo quello che era successo, ho detto alla direttrice che ero disponibile a essere vicina alle donne detenute. Mi sono immaginata di farle radunare tutte in sala teatro e di fare loro un bel discorso. Poi ho pensato che non fosse possibile perché, per queste iniziative, c’è bisogno di autorizzazioni. E allora il pomeriggio del giorno dopo, domenica scorsa, sono andata a trovarle”, racconta Ribaudo. “Quando mi sono ritrovata davanti alle loro celle, ero senza parole. Sono riuscita a dire soltanto: “Vi abbraccio, sono qua perché fuori ho pensato che fosse giusto venire, stare con voi”. Pensavo che quella tragedia non riguardasse soltanto loro, per me era necessario dirglielo. Quello che mi ha profondamente colpito è stato il silenzio delle donne. Non ho capito se non parlassero per rispetto del momento, perché erano rimaste senza parole o perché erano molto stanche: quella notte è stata difficile per tutte. Solo una, K., era arrabbiata, le ho spiegato che dovevano affrontare il momento in maniera collettiva”, prosegue. “In quel momento, tra tutte noi c’era complicità e ci siamo abbracciate. Una di loro mi ha guardato e mi ha detto: “Giulia, sono 10 anni che sei qua dentro, non manchi mai”“.
Radicalizzare una tipologia di pensiero - “Il nostro compito è radicalizzare una tipologia di pensiero”, continua Ribaudo. “Una ragazza, il giorno dopo il suicidio, mi ha raccontato che non era mai successo, che era il primo suicidio alla Giudecca. Mi ha detto che sua madre è stata in quest’istituto 32 anni fa. Forse la “molla” che mi ha spinto scrivere la lettera è il fatto che chi ha avuto familiari detenuti, quel mondo lo conosce già e ritiene quasi normale, a un certo punto, cedere e finire in carcere. Ciò che è devastante, secondo me, è che dentro le carceri troviamo persone che sono quasi abituate a considerare quell’istituzione come parte integrante della propria esistenza”, prosegue, “come parte di una conseguenza di azioni che fanno. Mi chiedo perché non riusciamo ad avere dei servizi integrati, delle procedure per cui la recidiva non sia addirittura ereditaria, a un certo punto”.
“Invitiamo a fare luce” - “La fragilità delle persone che ritroviamo dentro è una fragilità che rispecchia anche quello che c’è fuori”. Con Closer, associazione che quest’anno compie 10 anni, il progetto principale che Ribaudo porta avanti è “Interrogatorio alla scrittura”, degli eventi aperte alla cittadinanza, condotti dalle donne detenute, intervistando un autore o un’autrice. “Prepariamo le donne all’incontro pubblico, che è simile a quello che potrebbe esserci in una biblioteca, in una libreria. Il pubblico è misto tra persone libere e persone ristrette”, dice la scrittrice. Closer sta organizzando un presidio per venerdì 19 febbraio, alle ore 19. Si chiama “Invitiamo a fare luce”: “Andiamo alla Giudecca portandoci tutti delle pile, in modo tale che l’isola venga illuminata. A conferma che le donne non sono sole, che qualcuno le pensa”.
La “doppia pena” delle donne - Della detenzione femminile “si parla sempre quando c’è qualcosa di positivo. E poi ci sono i grandi casi di cronaca. Le donne vivono una “doppia pena”, una è quella che stanno vivendo per essere state arrestate e l’altra pena è quella di aver abbandonato i figli, il marito, un genitore malato: hanno sempre un peso ulteriore molto più grande rispetto a quello che hanno gli uomini. O meglio, gli uomini ce l’hanno ma le donne dichiarano la loro sofferenza per non essere presenti fuori per i loro bambini, per i loro familiari”, prosegue Ribaudo. “È come se, quando sono detenute, facesse “comodo” vederle mamme. Nel momento in cui escono dobbiamo pensare ad un inserimento lavorativo, a trattarle come la società richiede, pensando a tutto il resto”.
Mancanza di prospettive nel fine pena - “Un punto fondamentale su cui dobbiamo soffermarci è la mancanza di prospettive che vengono date nel momento in cui si avvicina il fine pena”, riflette Ribaudo. La donna che si è suicidata infatti sarebbe dovuta restare ancora per poco tempo in carcere: “Contesto la mancanza di prospettive che si hanno fuori, quando si esce. Questo, secondo me, è quasi peggio che non avere le docce calde negli istituti”.











