sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Gianluca Amadori

 

Il Gazzettino, 19 marzo 2020

 

"L'emergenza coronavirus ha fatto esplodere i gravi problemi della giustizia e le annose difficoltà di funzionamento degli uffici giudiziari, incidendo su un sistema già debole. Sono poco fiducioso per il futuro".

È un'analisi dai toni preoccupati quella tratteggiata dal presidente della Camera penale veneziana, l'associazione che riunisce gli avvocati penalisti della provincia di Venezia. "C'è un clima di prostrazione e frustrazione a livello generale ma, nel settore giudiziario, la situazione se possibile è ancor peggiore", sentenzia Renzo Fogliata, facendo innanzitutto riferimento all'enorme confusione vissuta bei palazzi di Giustizia di tutto il Paese nelle prime settimane di allarme, quando le udienze proseguivano nel caos tra scuole chiuse e gran parte degli altri servizi sospesi.

"Come penalisti siamo dispiaciuti per aver dovuto lottare per ottenere la dovuta sospensione delle udienze, che proseguivano a causa di un rimpallo di responsabilità e della mancata decisione del ministero - spiega il presidente della Camera penale - Per due settimane gli avvocati sono stati costretti a lavorare in modo non dignitoso, e con loro magistrati e cancellieri, mettendo a repentaglio la vita di molte famiglie e dell'intera comunità locale".

Poi finalmente è arrivato il decreto che ha sancito il blocco dell'attività giudiziaria, inizialmente fino al 22 marzo, e poi prorogata al prossimo 15 aprile. "Ma questa doverosa decisione ha creato nuovi profili di confusione. Non è chiaro, infatti, quali termini siano stati sospesi: quelli relativi a tutti i procedimenti in corso, o soltanto quelli dei procedimenti che vengono rinviati durante il periodo di sospensione dell'attività.

Dalla lettura della norma si tratta dei secondi, mentre l'interpretazione del ministero precisa che i termini sono tutti sospesi: ma come possono gli avvocati basarsi su un'interpretazione, con il rischio di decadere da ricorsi e impugnazioni? Il risultato è che, nell'incertezza, si continua a lavorare: una follia!".

Ma non è l'unica. In molti uffici giudiziari penali, a causa della carenza di personale non accettano gli atti notificati via Pec, la posta elettronica certificata, e così i legali sono costretti a recarsi di persona al palazzo di giustizia, sfidando il divieto di spostamento. "È una delle tante contraddizioni di uno Stato per il quale qualsiasi documento trasmesso al cittadino via Pec è dato per notificato, ma il contrario non vale: l'avvocato non può utilizzare la Pec per comunicare con il Tribunale. Una situazione pazzesca".

Un altro aspetto oggetto delle critiche della Camera penale riguarda le udienze a porte chiuse, celebrate nei primi giorni di emergenza, derogando al principio di massima pubblicità dei processi. E soprattutto l'estensione della possibilità di svolgere interrogatori e processi in video conferenza, finora consentita soltanto per le udienze che riguardano la criminalità organizzata, nelle quali gli imputati detenuti possono partecipare in collegamento audio e video restando in carcere. "I penalisti sono da sempre contrari alla videoconferenza perché il processo è un'altra cosa e prevede la presenza delle parti - spiega Fogliata. Ora il rischio è che, approfittando dell'emergenza, si estenda questa modalità a tutte le udienze: è necessario che vi siano rassicurazioni del governo affinché ciò non accada. Il ricorso alla videoconferenza deve essere provvisoria, in attesa della fine dell'emergenza coronavirus".