di Camilla Curcio
Il Sole 24 Ore, 9 settembre 2026
La sfilata si terrà il 10 settembre nel cortile della casa di reclusione e si inserisce tra gli eventi collaterali organizzati nella cornice dell’83esima edizione della Mostra internazionale del cinema di Venezia. La libertà, a volte, si nasconde tra le pieghe di un abito. Nel rumore di una macchina da cucire accesa che rinforza lo sbuffo di una manica e l’orlo di un pantalone. O nell’opportunità di mostrare, su una passerella vera, un capo che fino a poco tempo prima era solo cartamodelli e stoffa. Lo sanno bene le detenute della Casa di reclusione femminile della Giudecca (Venezia) che, grazie a Banco Lotto N°10 - il laboratorio professionale di moda etica nato all’interno del carcere e dal 2003 gestito dalla cooperativa sociale Il Cerchio - hanno la possibilità di accumulare competenze, partecipare attivamente al processo produttivo e coltivare un talento da cui ripartire.
Una chance che si fa ancora più concreta in occasione delle sfilate che da anni la Giudecca mette in piedi per mostrare al pubblico le creazioni nate tra le pareti della sua sartoria e i frutti di un lavoro che non è mai solo lavoro manuale. Quella di quest’anno, però, ha un valore aggiunto: il 10 settembre, infatti, si sfila nel cortile dell’istituto penitenziario e a fare da modelle non saranno - come in passato - indossatrici professioniste, ma le detenute che, quegli abiti, li hanno creati da zero.
Tra scommessa e responsabilità - Voluta e organizzata dall’attuale direttrice dell’istituto penitenziario, Maurizia Campobasso, nella cornice delle iniziative collaterali agli eventi del cartellone dell’83esima Mostra internazionale del cinema di Venezia, “La valigia fantasma” nasconde, già nel titolo, il senso dell’evento. E anzi del progetto avviato ormai una ventina di anni fa, che vede nella formazione sartoriale e in un lavoro retribuito le leve per un reinserimento efficace e le premesse di un futuro ancora possibile. A partire da una valigia da riempire di esperienze, di mestiere e di vita.
Accedi e personalizza la tua esperienza - Se, da un lato, infatti, la scelta di mettere al centro del defilé le detenute diventa una scommessa ambiziosa, dall’altro non può che essere un altro, fondamentale tassello di un percorso di responsabilizzazione che, più che muoversi in direzione ostile o punitiva, cerca di imprimere un orientamento quanto possibile costruttivo. Offrendo una missione, strade da percorrere e obiettivi da mettere a segno. Per fare in modo da mettere anche competenze lavorative, solidità e fiducia in sé stesse, nella valigia che le detenute si porteranno via uscendo dal carcere per tornare alla vita normale.
Ma non è tutto: dal 4 settembre fino al 12 settembre e sempre nella cornice della kermesse cinematografica (proprio al Lido di Venezia e poco lontano dal Palazzo del cinema, in Lungomare Marconi 32), infatti, è stato allestito anche un pop-up dedicato all’esposizione (e alla vendita) della collezione “Una per una”, una linea di 30 capi dalle linee eleganti e dai colori vivi creati a partire da pregiati tessuti naturali, sotto la direzione creativa di Margherita Uliano. E sempre confezionati dalle detenute che hanno partecipato ai laboratori di Banco Lotto N°10. Un punto di raccordo tra fuori e dentro: con lo shopping, infatti, la cittadinanza potrà sostenere i percorsi formativi, l’acquisto dei materiali e i progetti educativi promossi dalla cooperativa Il Cerchio.
Un modello virtuoso - La sartoria, i progetti e gli esperimenti avviati sono evidentemente uno degli anelli chiave di un meccanismo virtuoso di gestione e organizzazione tanto della formazione quanto del lavoro in carcere. Un tema su cui - a livello normativo - insiste con particolare forza lo schema di Dpr approvato in esame preliminare lo scorso 4 giugno dal Consiglio dei ministri e proiettato ad agevolare l’accesso dei soggetti reclusi a opportunità professionali solide, puntando molto sulla sinergia con le imprese (pubbliche e private) e il territorio. Agevolazioni che la bozza di Dpr si propone di esportare da quelle finora riconosciute come “carceri-modello” a tutto il resto d’Italia.
Nel caso della Giudecca, il modello è stato e continua a essere facilitato da una serie di condizioni favorevoli, tra cui la tipologia di profili ospitati (detenute inserite nel circuito di “media sicurezza”, che hanno dunque commesso reati tecnicamente classificabili come “comuni”, come truffe, furti e omicidi singoli) e non sono potenzialmente pericolose come, invece, i detenuti del circuito di “alta sicurezza”. C’è poi la particolare vivacità del territorio e del suo tessuto imprenditoriale, che consente di instaurare scambi e raggiungere una platea di interlocutori più nutrita tra piccole imprese e cooperative, rispetto invece ad altre realtà sparse per il Paese e in zone sicuramente meno propizie. È, ovviamente, uno schema perfettibile. Anche qui, infatti, i passi avanti da fare sono ancora tanti, soprattutto per sciogliere il nodo su cui la bozza di Dpr ha riacceso i riflettori: aprire quanto possibile il carcere all’esterno e garantire alle detenute occasioni di lavoro che restituiscano una professionalità concreta su cui poter investire negli anni che verranno.









