di Elena Filini
Confidenze, 20 gennaio 2026
Il penitenziario femminile della Giudecca, a Venezia, diventa luogo di riscatto: arte, lavoro e relazioni ricuciono il tempo dell’attesa e aprono strade concrete verso una seconda possibilità di futuro. Vite in attesa. Che imparano a dare valore al tempo per poter un giorno volare. Alla Giudecca, isola nell’isola, vivono le detenute del carcere femminile di Venezia in un contatto stretto e inclusivo con la città. Forse per questo nel 2024 Papa Francesco ha voluto aprire la casa di detenzione alla Biennale d’arte. Era la prima volta ed è stato un percorso emozionante: le opere di Claire Fontaine e Maurizio Cattelan che dialogavano con gli spazi della prigione, le detenute a fare da guide. È stata anche una grande occasione per la “factory veneziana” (così la chiamano in Laguna) di raccontare se stessa senza pregiudizi.
Il panorama penitenziario italiano è in generale drammatico. Di solito se ne parla per segnalare le carenze e le difficoltà. La straordinarietà della Giudecca è data invece dall’osmosi tra il dentro e il fuori, dal rapporto tra le tantissime associazioni di volontari e il carcere. Il carcere resta carcere certo, non si tratta di una casa vacanza né di una spa, ma varcare quel cancello contraddice molti luoghi comuni.
Da ex monastero ad attuale carcere, gli spazi della Casa di reclusione registrano le loro origini (probabilmente) nel XII secolo. Così, i 1.000 metri quadrati della struttura, che nel 1611 erano sotto la protezione del Senato Veneto, si portano dietro un titolo storico: “delle Convertite”. Con alterne vicende, il complesso ha mantenuto la sua funzione e oggi la Giudecca è un mondo di donne che hanno vite difficili, errori da scontare. Ma anche sogni, e tanta fame di futuro.
Insieme al dolore, qui abita la speranza come racconta il docufilm “Le farfalle della Giudecca” (per la regia di Rosa Galantino con la voce di Ottavia Piccolo), presentato durante i giorni della Mostra del Cinema di Venezia a Isola Edipo, spazio inclusivo e solidale all’interno della Biennale cinema. Il carcere della Giudecca è un luogo dove l’attesa è la cifra delle ore, dove l’emotività è straripante, dove si sente la mancanza dei figli e dei familiari. Ma dove anche si distribuisce una seconda possibilità, nascono amicizie, inizia per molte un cambiamento concreto. “Abbiamo incontrato donne in qualche modo logorate, con vite difficili, ovviamente diffidenti. Non sono tutte uguali, c’è chi sceglie anche di non lottare. Ma chi lotta e ce la fa, ha davvero una luce speciale negli occhi” spiega la regista del docufilm.
Una di quelle che ce l’hanno fatta è Antonella, che oggi ha scontato la sua pena ed è diventata una delle guide della Biennale nell’ex chiesa della Maddalena. È stata lei a immaginare le ragazze della Giudecca come bozzoli, da cui nasceranno farfalle che un giorno voleranno libere. “Stiamo cercando alternative reali, stiamo cercando di metterci fino in fondo nei loro panni” spiega la direttrice Mariagrazia Bregoli, “la prima regola qui è non giudicare. Trattenere la tentazione di formulare giudizi. Perché a volte, nella vita, ti trovi in mezzo ai guai e non sai neppure tu perché”.
L’attesa, le ore che non passano mai, è l’emozione più dilaniante in carcere. Per questo alla Giudecca si punta moltissimo sulla regolarità dei ritmi, sulla scuola e sul lavoro. La casa circondariale ha corsi regolari di alfabetizzazione e di lingua italiana, ma propone anche percorsi di istruzione che arrivano fino al diploma di scuola superiore. E poi il lavoro, che significa dignità e sostegno indiretto ai figli. C’è l’Orto delle Meraviglie, un progetto della cooperativa Rio Terà dei Pensieri che coltiva circa 6.000 metri quadri di ortaggi, frutta, fiori ed erbe aromatiche. Le detenute coltivano l’orto e i prodotti vengono venduti al mercato settimanale in Fondamenta delle Convertite, dove le stesse detenute servono i clienti.
Il carcere ha anche un attivissimo laboratorio di lavanderia e stireria che serve alcuni dei migliori hotel veneziani tra cui Molino Stucky. Ma il punto di forza e creatività è la sartoria nata 30 anni fa. “Le donne imparano, diventano brave” sottolinea Maria Grazia Cortesi, direttrice della Cooperativa il Cerchio, “al servizio di stireria abbiniamo anche la sartoria, con la creazione di modelli originali nel laboratorio in carcere e sull’isola di Sacca Fisola dove lavorano le detenute in regime di semilibertà. Al Lido ogni anno l’atelier ha un suo spazio e di tradizione la Madrina della Mostra del Cinema indossa un abito cucito dalle detenute”. In quei momenti viene messo da parte quello che la società costruisce intorno e si crea una sorellanza.
È importante resistere all’alienazione del tempo che in carcere si dilata e ti schiaccia. Giulia, per esempio, una delle detenute, riconosce di aver imparato moltissimo su se stessa e di essere riuscita dentro al carcere ad allenare la sua anima insieme al corpo. “Io alleno la volontà come farei in palestra, un allenamento fisico e mentale, che mi aiuta a restare in equilibrio, controllare i pensieri, le emozioni, mi serve per dare respiro all’anima” spiega Giulia. “È molto importante, mi è servito per rimanere concentrata su di me e non farmi condizionare da quello che pensano gli altri”. E quando il fuoco della rabbia rischia di incendiare tutto Giulia ricorre al suo sport preferito, il kick boxing “perché quando sto così so che la cosa migliore è sfogare la rabbia tirando pugni alla parete foderata di panni spugna”.
La fiducia tra detenute ma anche tra le signore e il personale è fondamentale. “Queste donne spesso chiedono solo di essere ascoltate” conferma Lara Boco, comandante della polizia penitenziaria “sul carcere esistono tanti stereotipi. La comunità che sta fuori non immagina nulla di quello che accade qui”. Paola ha 68 anni ed è la senatrice della casa circondariale, la più anziana. È tra le più attive nei progetti comunitari. “Abbiamo sbagliato, è vero, ma siamo persone. Qui ho creato alcuni veri legami di amicizia. E so che fuori, ad attendermi, c’è il mio compagno”.










