di Gabriele Fusar Poli
Corriere del Veneto, 11 luglio 2024
Non c’è afa che tenga, davanti a temi così delicati e tragici: ha fatto tappa in Campo Santa Margherita a Venezia la maratona oratoria itinerante organizzata dall’Unione delle camere penali per arrestare la piaga dei suicidi in carcere. Il computo totale del 2024 ha raggiunto proprio ieri quota 54, un numero elevatissimo se si pensa che il record negativo - fatto segnare nel 2022 - ha visto 84 detenuti arrivare a togliersi la vita. “Una cifra agghiacciante afferma Renato Alberini, presidente della Camera penale veneziana - che non può e non deve più crescere: bisogna agire subito, perché non c’è più tempo da perdere”.
L’analisi di Alberini si basa su dati altrettanto emblematici, in quanto fotografano al meglio la situazione delle carceri italiane: “Al 30 giugno i detenuti rinchiusi a livello nazionale erano 61.480 a fronte di una capienza effettiva di 47 mila, il che vuol dire avere un indice medio di sovraffollamento che supera il 130 per cento. Ma basta prendere quale esempio la casa circondariale di Santa Maria Maggiore per capirlo: qui l’indice di sovraffollamento è del 164%, perché avrebbe 159 posti ma al momento i carcerati sono 245. Lo Stato deve intervenire immediatamente se vuole evitare la proliferazione di atti disperati: la condizione di vita nelle celle è degradante e disumana”.
La necessità di ripensare doverosamente alle funzioni delle carceri è stato il trait d’union del sit-in, durato quattro ore e che ha visto decine di persone sfidare il caldo pur di capirne maggiormente di una problematica che, a giudicare dal tenore degli interventi, è quasi considerata tabù. C’è chi, come don Nandino Capovilla, cita l’articolo 27 della Costituzione (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”) prima di denunciare a gran voce “la brutalità del sistema carcerario italiano, le cui condizioni ci devono far vergognare: ogni volta che una delle voci dei detenuti si spegne è il fallimento della nostra società”.
C’è chi, invece, racconta la storia di un carcerato che dopo aver donato alla moglie le margherite che aveva raccolto nel cortile durante l’ora d’aria si è tolto la vita il giorno stesso, mentre Marco Foffano, garante comunale dei detenuti, evidenzia la necessità di “far lavorare i detenuti, i quali sono i primi a volerlo: l’oziare in cella, per loro, è un supplemento di pena”.










