di Vera Mantengoli
Corriere del Veneto, 16 ottobre 2025
Il caso Enrico Farina arriva in Parlamento. Non è ancora chiaro cosa ci sia dietro l’improvvisa revoca del direttore del carcere maschile di Venezia, Santa Maria Maggiore, noto in città per aver trasformato in due anni la struttura, firmando numerosi protocolli con le istituzioni per favorire il reinserimento lavorativo dei detenuti. Dopo aver ricevuto un provvedimento di “sospensione temporanea per motivi organizzativi” ieri si è saputo che Farina, salernitano classe 1977, assumerà la guida dell’istituto penitenziario di Belluno, in attesa dell’arrivo della titolare Fabiana Sasso. Uno spostamento singolare dato che il suo incarico a Venezia sarebbe scaduto a dicembre 2026.
Da ieri hanno preso il suo posto come reggenti il direttore del carcere bellunese Mattia Arba coadiuvato dalla vicedirettrice di Verona Rossana Gargano. Farina, intanto, è in ferie fino al 21 ottobre. Questi cambiamenti inaspettati e repentini stanno causando grande preoccupazione tra personale, operatori, volontari e gran parte dei detenuti. La causa di questo fulmine a ciel sereno è sconosciuta, ma sembra che ci sia stato uno screzio tra Farina e l’apparato dell’amministrazione penitenziaria. Le divergenze sarebbero sfociate in una telefonata di fuoco, non è chiaro se con il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro o con Rossella Santoro, direttrice del Provveditorato regionale penitenziario. Al centro dello scontro sembra ci sia un problema che riguarda i nove alloggi non ancora ultimati della ex Casa Lavoro della Giudecca, destinati agli agenti ed elogiati anche dal ministro alla Giustizia Carlo Nordio, proprio lo scorso agosto. Ed è a lui che il senatore del Pd Andrea Martella ha rivolto un’interrogazione, depositata ieri anche alla Camera dall’onorevole Debora Serracchiani, responsabile giustizia dei dem, e dalla deputata Rachele Scarpa e dalla veneziana Luana Zanella, capogruppo di Avs alla Camera.
“È unanimemente riconosciuto come Farina abbia saputo creare importanti sinergie con il territorio - spiega Martella elencando le numerose iniziative di Farina -. È stato proprio il ministro della Giustizia Nordio a elogiare il modello realizzato a Venezia sulla valorizzazione del lavoro dei detenuti. Al ministro chiedo perciò quali siano le ragioni di questa decisione e se non intenda ripensarci al più presto”. In questi giorni chi lavora nell’ambito del carcere continua domandarsi che cosa possa essere successo da scatenare una misura così impattante. “La formula della sospensione temporanea per motivi organizzativi conferma già di per sé la disorganizzazione complessiva - dice Gennarino De Fazio segretario generale e nazionale della Uilpa Polizia penitenziaria -. Se per organizzare si deve sollevare un direttore e depotenziare le altre carceri di Rovigo e Verona, siamo all’emblema di uno stato comatoso dell’amministrazione penitenziaria che non fa che peggiorare la situazione attuale con diciassettemila detenuti in più e ventimila unità in meno”. Il vuoto che potrebbe lasciare Farina sta già creando preoccupazione.
“Siamo rimasti basiti da quanto successo e speriamo che arrivino dei chiarimenti perché stavamo costruendo un progetto comune - dice Franca Vanto, segretaria regionale Cgil Funzione pubblica -. Santa Maria Maggiore non deve tornare com’era quando è arrivato Farina, con il cortile del carcere trasformato in una discarica che faceva già presagire come potevano essere le sessioni interne”. In questi due anni Farina ha avviato collaborazioni con diversi enti e istituzioni come La Biennale, azienda Serenissima, Ava Associazione albergatori Venezia, Gallerie dell’Accademia, Procuratoria di San Marco, senza dimenticare l’elenco di imprese che il direttore sospeso ha coinvolto per inserire i detenuti nel mondo del lavoro. È per il suo carattere molto attivo che si mormora possa essere diventato una figura ingombrante. “Poteva piacere o non piacere, ma aveva dimostrato di saper avviare una linea di apertura all’esterno del carcere - spiega la garante dei detenuti Rita Bressani. Siamo in pensiero perché questo equilibrio se si rompe ricade soprattutto sui carcerati”.











