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di Maria Ducoli

La Nuova Venezia, 12 novembre 2024

Bando aperto fino a dicembre per reclutare psicologi, psichiatri, assistenti sociali, pedagogisti ed esperti in criminologia clinica che si occupano della valutazione del rischio suicidario all’ingresso. Psicologi, ma anche psichiatri, assistenti sociali, pedagogisti o esperti in criminologia clinica. La chiamata alla partecipazione al bando del tribunale di sorveglianza di Venezia che si chiuderà il prossimo 12 dicembre è collettiva, e l’obiettivo è quello di reclutare dai 24 ai 26 professionisti da inserire all’interno del proprio organigramma.

Nel concreto, queste figure devono emettere un giudizio tecnico scientifico sulla personalità della persona detenuta, assistendo così il giudice nella valutazione psicologica e sociale delle misure di sorveglianza e considerando il loro impatto nel percorso di recupero. La persona potrebbe essere a rischio suicidio, se viene messa in carcere? Gli arresti domiciliari potrebbero essere una soluzione migliore o, al contrario, va allontanato dall’ambiente domestico? Tutte domande a cui gli esperti trovano una risposta. “Questo comporta una valutazione attenta del percorso deviante, delle dinamiche che hanno portato l’individuo a intraprendere un percorso criminale, all’analisi del disagio mentale che la carcerazione inevitabilmente comporta, grave o lieve che sia” spiega Ada Schiumerini, esperta in psicologia penitenziaria.

La figura di questi esperti è quindi fondamentale, eppure non è facile trovare professionisti che decidano di entrare nel mondo detentivo. Il motivo? Certo, da una parte va detto che non è sicuramente un ambiente semplice, che il carico emotivo è importante per chiunque varchi le soglie del carcere, ma c’è anche una questione più pratica: il compenso.

Si arriva, nelle migliori delle ipotesi, a 600 euro netti, con una paga oraria che fino a qualche anno fa era di 17 euro, oggi alzata a 30 dopo diverse battaglie sindacali e dell’Ordine degli psicologi. Si tratta, comunque, di cifre irrisorie considerando le responsabilità degli esperti ma anche il compenso che uno psicologo riceve nel privato, con sedute che possono arrivare a 90 euro l’ora. Il tema non è solo la difficoltà a reclutare gli esperti dei tribunali di sorveglianza ma, più in generale, gli psicologi in carcere, una figura quanto mai necessaria ma ancora poco valorizzata, sotto tutti i punti di vista. Eppure, il bisogno non manca: quest’anno sono stati tre i suicidi in cella nella casa circondariale di Santa Maria Maggiore, a prova che di carcere si muore ancora. Numeri che raccontano delle storie, accomunate da un disagio latente, non percepito, che è sfociato nel gesto estremo.

Ecco, allora, che l’Ordine degli psicologi, ma anche lo stesso direttore della casa circondariale Enrico Farina e il Garante dei diritti delle persone detenute del Comune di Venezia, Marco Foffano, si sono detti da tempo concordi sul fatto che servirebbero più ore e più personale. I professionisti che si dedicano alla salute mentale delle persone in carcere sono i cosiddetti esperti ex articolo 80 che, essenzialmente, svolgono due attività: un primo colloquio per valutare il rischio suicidario al momento dell’inizio della pena detentiva e la presa in carico successiva. A queste figure, si aggiungono poi i consulenti tecnici di parte (ctp), chiamati dagli avvocati per eventuali perizie, e i consulenti tecnici d’ufficio (ctu), con competenze specifiche per supportare i giudici nella fase decisionale. Tutte figure fondamentali, ma spesso introvabili.