di Monica Zicchiero
Corriere del Veneto, 31 ottobre 2024
Undici detenuti a Santa Maria Maggiore stanno diventando esperti nel riconoscere i campanelli d’allarme del rischio suicidio in carcere. Li sta formando l’Usl 3 a leggere i segnali in bassa frequenza che emanano le persone che meditano di farla finita: solitudine, distacco rispetto alla comunità, il silenzio come prassi e la mancanza di comunicazione a tutti i livelli come scudo. I compagni di cella stanno con loro 24 ore al giorno e hanno un angolo visuale più ampio di qualsiasi operatore. Il protocollo con l’Usl voluto dal nuovo direttore della struttura Enrico Farina, che da ex educatore nel carcere di Sant’Angelo dei Lombardi è arrivato a Venezia con due missioni: evitare il burn out dei dipendenti e dei detenuti e insegnare un nuovo lavoro a chi ha competenze solo in furti, rapine e traffico a di sostanze di piccolo cabotaggio e, una volta scontata la pena “rischia di vedersi arrivare la libertà come un pugno in faccia”, dice.
Un bagno freddo di realtà che non ha lavoro per gli incensurati, figurarsi per gli ex ristretti. Le novità sulla condizione carceraria sono venute fuori dalla riunione della commissione Coesione sociale presieduta dal fucsia Paolo Tagliapietra che ha chiamato in audizione il garante dei detenuti Marco Foffano, il responsabile dell’area Coesione sociale Danilo Corrà e il direttore Farina. I numeri: Santa Maria Maggiore è organizzata per ospitare 159 persone e adesso ne ha 266. Sul totale, gli stranieri sono 151 e per la maggior parte non parlano italiano né hanno una infarinatura sul sistema giudiziario e quindi innescano rivolte se non possono parlare con i propri cari o l’avvocato. I tossicodipendenti dichiarati dalla certificazione del Sert fatta prima dell’arresto sono 30, niente rispetto al dato reale delle dipendenze tra coca, eroina, alcool e fentanyl che sta mettendo Mestre a ferro e fuoco.
Il carcere è difficile anche per i dipendenti. Sono 300 e per loro i posti nel parcheggio comunale sono 14. Se accade un’emergenza di notte, spiega il direttore, gli addetti arrivano, lasciano l’auto dove possono e prendono la multa. La casa in città storica, ma pure in terraferma, costa troppo rispetto alla qualità dell’abitare. Risultato: in 14 sono tornati a casa appena sono stati assunti 14 nuovi colleghi. “Grazie al Comune, sono stati individuati alcuni alloggi da mettere a disposizione - ringrazia Farina. Chiederei un aiuto anche per il parcheggio”. E un aiuto anche per rafforzare la dotazione di mediatori culturali, visto che Santa Maria Maggiore ne ha uno solo. Non compete al Comune ma le istituzioni locali stanno dando un importante supporto e Venezia è una comunità in dialogo con le realtà penitenziarie attraverso associazioni, istituzioni, realtà imprenditoriali. Ad esempio, a inizio anno, di detenuti che lavoravano per imprese veneziane erano due. Adesso sono 25. Due nei cantieri di piazza San Marco, altri lavorano in ristoranti e alberghi. E due sono diventati esperti archivisti grazie alla formazione dell’Usl. Hanno messo in ordine 200 fascicoli consegnati all’Archivio Storico, adesso stanno riorganizzando le carte dell’ufficio interdistrettuale penale di Venezia. La Soprintendenza ha già espresso interesse per una eventuale collaborazione.











