di Giuliano Foschini
La Repubblica, 24 febbraio 2025
La trattativa. Il Venezuela chiede all’Italia un riconoscimento del governo Maduro. Ed è un passaggio che l’occidente in questo momento ritiene impercorribile. Un mese fa il Venezuela ha offerto la prova che il cooperante italiano Alberto Trentini è vivo ed è detenuto in condizioni discrete in un carcere dei servizi di Caracas. È stato il solo contatto reale avuto fino a questo momento con il governo italiano che, assicura a Repubblica una fonte di Palazzo Chigi, “sta facendo tutto quello che è possibile per poter riportare Alberto a casa”. La vicenda ha avuto due tempistiche diverse. Dopo più di due mesi di silenzio assoluto è arrivata la prova.
E da quel momento è cominciata un’interlocuzione che è sembrata prolifica tanto che agenti dell’Aise sono volati in Venezuela per avere dei contatti ma anche con la speranza di poter far tornare Trentini a casa. L’idea è quella di ottenere un’espulsione ma, al momento, si è molto lontani da questo punto. La situazione oggi è infatti “molto più complicata di precedenti simili situazioni: in questo momento è difficilissimo fare previsioni sui tempi”. Il Venezuela chiede all’Italia e lo stesso ad altri governi europei - ci sono, tra gli altri, detenuti spagnoli e tedeschi - un riconoscimento del governo Maduro. Ed è un passaggio politico che l’occidente in questo momento ritiene impercorribile.
Per questo a livello diplomatico si stanno facendo pressioni sull’Unione europea: per qualcuno una soluzione potrebbe essere quella di nominare un inviato per tutti i casi di alto profilo politico, come hanno fatto gli Stati Uniti con l’ambasciatore Richard Grenell: nominato da Trump per avere appunto rapporti con Maduro, il 7 febbraio è riuscito a far liberare sei detenuti-ostaggi statunitensi che si trovavano proprio come Trentini nelle carceri venezuelane.
“Alberto è un cittadino italiano, un operatore umanitario che si trovava in Venezuela per svolgere, con professionalità e dedizione, il suo lavoro” ha scritto ieri la mamma di Alberto, Armanda, in una lettera a Repubblica. Chiedendo alla premier Giorgia Meloni un intervento più incisivo del governo italiano. “Dopo questi 100 giorni, sono con il cuore in mano a chiedere a ciascuno di fare tutto il necessario con la massima urgenza - ha detto la signora Armanda - affinché Alberto possa tornare a casa prima che questa esperienza segni irrimediabilmente la sua vita nel corpo, nella mente e nello spirito. Lui è il nostro unico figlio e la nostra ragione di vita”.
Trentini è stato fermato il 15 novembre scorso al posto di blocco di Guasdualito dal servizio immigrazione e immediatamente consegnato nelle mani del Dgcim, la direzione generale del controspionaggio militare di Maduro. Per Trentini era la prima volta nel paese sudamericano. Lo aveva inviato l’Ong con cui lavorava, Humanity & Inclusion, che in Venezuela ha un team di quindici cooperanti. Alberto non era noto ai nostri Servizi né faceva parte di gruppi di oppositori: nel telefono, come ammettono anche alcune fonti venezuelane, c’erano giusto un paio di post social che si riferiscono al governo Maduro, ma assolutamente innocui. Alberto era in Venezuela non per caso. Ma per amore. Aveva seguito una ragazza che abita in Venezuela e selezionato quella missione e quella Ong per stare il più possibile vicino a lei. Per questo motivo le accuse che gli vengono mosse - che, tra l’altro, sono generiche e non sono state nemmeno formalizzate - vengono definite “fantascientifiche” da chi è vicino al dossier.











