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di Giuliano Foschini

La Repubblica, 28 gennaio 2025

L’angoscia per il cooperante arrestato: negate la visita in carcere e una telefonata alla madre. Aspettava una telefonata, la signora Armanda. Le avevano detto: “Suo figlio chiamerà al più presto per dirle che sta bene”. E invece quella telefonata non è ancora arrivata. Dal 16 novembre il cooperante italiano Alberto Trentini, 45 anni di Venezia, è sparito nel nulla, inghiottito nelle carceri venezuelane. Arrestato a un posto di blocco a Guasadalito, mentre con la sua Ong “Humanity e inclusion” era diretto in un villaggio per portare aiuti umanitari, è stato consegnato nelle mani del Dgcim, la direzione generale del controspionaggio militare di Nicolás Maduro, e da quel momento si sono perse le sue tracce. In un colloquio informale con la nostra intelligence, i venezuelani hanno fatto sapere che sta bene ed è detenuto in un carcere di Caracas, probabilmente nella sede centrale dei servizi a Boleita. Ma da quel momento tutto tace.

Nei giorni scorsi a casa Trentini ha chiamato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ha voluto dire personalmente alla signora Armanda che l’Italia è con lei e si farà tutto il possibile per farlo tornare a casa. Il governo, però, al momento non ha avuto risultati. La Farnesina si è mossa dal principio nel cercare un’interlocuzione, difficilissima, con il nuovo governo Maduro che di fatto tiene Alberto come un ostaggio: l’Italia non conosce le accuse che gli vengono mosse ma sembrerebbe che alla base del fermo ci siano alcuni messaggi, assolutamente innocui, di dissenso verso il governo venezuelano che Trentini aveva nel telefono.

A pesare, forse, anche il rapporto con una ragazza, di origine venezuelana. Ma insomma, come quasi sempre accade in questi casi, le accuse sono strumentali per giustificare un arresto che mira ad altro: nel caso specifico il Venezuela cerca un riconoscimento ufficiale dal nostro governo. E così dai francesi e dai tedeschi.

Il dossier ora è sul tavolo direttamente del sottosegretario alla presidenza del consiglio, l’Autorità delegata Alfredo Mantovano, che ha chiesto silenzio per poter lavorare nell’ombra ma sono ormai passate quasi due settimane e dal Venezuela non arriva alcun riscontro: la visita consolare in carcere e una telefonata a casa erano considerati i due obiettivi minimi, in modo da sincerarsi che Trentini fosse vivo e che le sue condizioni di salute fossero buone. E invece, niente. Secondo le informazioni della nostra intelligence, si diceva, Trentini dovrebbe essere nelle mani del Dgcim, le cui prigioni sono finite sotto inchiesta delle Nazioni Unite proprio per i crimini contro l’umanità. Due report raccontano di centinaia di casi documentati di, si legge nei rapporti, “tortura, violenza sessuale e/o altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti” da parte di agenti Dgcim. La maggior parte delle violenze sarebbero avvenute nella sede centrale della Boleita a Caracas, dove è detenuto Trentini. E gli altri nei centri di detenzione segreti sparsi per il Paese.

Fino a questo momento la famiglia Trentini, difesa dall’avvocata Alessandra Ballerini, ha tenuto la consegna del silenzio: dopo aver denunciato la vicenda e raccolto una grande solidarietà (una petizione con decine di migliaia di firme, una mobilitazione del mondo della cultura) hanno rispettato quanto richiesto dal governo. La signora Armanda aspetta quella telefonata. Che, però, ancora non arriva.