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di Anna Maselli

Corriere del Veneto, 27 settembre 2025

“Faremo di tutto per portarlo a casa”. Alberto Trentini, 46 anni, originario di Venezia, è incarcerato in Venezuela da più di 300 giorni. La presidente del consiglio Giorgia Meloni telefona alla madre di Alberto Trentini. È la seconda volta che accade (la prima in aprile) ma ora, dopo la visita dell’ambasciatore italiano in Venezuela al cooperante italiano, la telefonata lascia intravedere spiragli sul proseguo della trattativa. Meloni - si legge in una nota trasmessa ieri da Palazzo Chigi - ha rinnovato la propria personale vicinanza e quella del governo alla famiglia dell’operatore umanitario originario del Lido di Venezia, detenuto nel paese di Nicolás Maduro da oltre dieci mesi. La premier ha inoltre “confermato alla signora Colusso Trentini la grande attenzione con cui il governo segue la vicenda e il suo massimo impegno, attraverso tutte le strade praticabili, per un esito positivo”.

La vicenda non è ancora chiusa ma se tre indizi fanno una prova, allora tre notizie confortanti sono un passo in avanti verso la liberazione di Trentini, in carcere senza accuse formali dallo scorso 15 novembre. Intanto le due brevi telefonate che Alberto ha avuto con la famiglia, una in maggio e l’altra in luglio, poi la nomina di Luigi Vignali come inviato speciale della Farnesina per i detenuti italiani in Venezuela (che, stando a quanto riferito dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sarebbero circa una quindicina) e infine la visita martedì del diplomatico Giovanni De Vito al 46enne e a un altro detenuto, Mario Burlò. L’ambasciatore ha raccontato di aver visto entrambi in discrete condizioni, pur visibilmente dimagriti, hanno riferito di ricevere regolarmente pasti, di godere dell’ora d’aria e di essere trattati correttamente dal personale carcerario. De Vito ha potuto consegnare loro le lettere delle famiglie e beni di prima necessità mentre Alberto ha lasciato un messaggio per ringraziare chi dal primo giorno tiene accesi i riflettori sulla vicenda.

“Sono forte, sto bene. Fate sapere ai miei genitori e a tutti quelli che mi vogliono bene che resisterò fino al giorno della mia liberazione”. Trentini e Burlò, sempre stando alla testimonianza dell’ambasciatore, sono stati presentati all’autorità venezuelana insieme ad altri detenuti, con accuse vaghe di terrorismo e cospirazione ma, ancora una volta, senza “capi d’accusa ufficiali né atti di un eventuale processo”.

Anche perché l’avvocata della famiglia Trentini, Alessandra Ballerini, non è mai stata convocata. Le porte del penitenziario El Rodeo I, a 30 chilometri da Caracas, rimangono quindi chiuse nonostante sia trascorso quasi un anno dall’arrivo in Venezuela di Trentini, per conto della ong Humanity & Inclusion. “Siamo contenti che la premier Meloni abbia telefonato alla signora Armanda - commenta il presidente della municipalità del Lido Pellestrina Emilio Guberti -. Noi siamo da sempre vicini alla famiglia ma con discrezione, senza gesti eclatanti, perché così ci è stato richiesto dall’avvocato. Ho parlato recentemente con la mamma, che conoscevo già da prima, e l’ho vista molto provata. Sono genitore anch’io e spero solo che questa vicenda finisca al più presto, che Alberto torni con noi”.

Trentini, è stato detto di recente al Festival della Politica di Mestre della Fondazione Pellicani, ha dedicato la sua vita agli ultimi: dopo gli studi a Ca’ Foscari e la specializzazione all’estero, ha lavorato in diversi Paesi e continenti, dall’Ecuador al Paraguay, dal Perù al Libano. Fino all’arresto al confine con la Colombia, 317 giorni fa. Prosegue intanto la mobilitazione della società civile per chiederne la liberazione: con la petizione su Change.org: sono state raccolte quasi 110 mila firme.