di Roberta Polese
Corriere del Veneto, 25 settembre 2025
Consegnate le lettere dei genitori. Oggi sono 313 giorni che il cooperante veneziano Alberto Trentini è detenuto a Caracas, ma nelle ultime ore è arrivata una notizia che apre un varco di speranza. Dopo oltre 10 mesi di silenzio, l’ambasciatore italiano in Venezuela, Giovanni Umberto De Vito, ha incontrato Alberto per la prima volta. La visita, autorizzata il 23 settembre, è stata confermata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani all’Onu a New York. Insieme a Trentini, l’ambasciatore ha incontrato anche Mario Burlò, imprenditore italiano anche lui detenuto in Venezuela, sotto processo a Torino per reati fiscali, arrestato senza accuse il 10 novembre scorso, 5 giorni prima di Alberto e con lui nello stesso carcere El Rodeo I, nello stato di Miranda, a circa 30 chilometri da Caracas. Si tratta delle strutture penitenziarie più dure del Paese, spesso al centro di denunce da parte di organizzazioni umanitarie.
Entrambi sono apparsi in discrete condizioni, pur visibilmente dimagriti, e hanno riferito di ricevere regolarmente pasti, ora d’aria e di essere trattati correttamente dal personale carcerario. L’ambasciatore ha potuto consegnare loro le lettere delle famiglie e beni di prima necessità. I due sono stati presentati all’autorità giudiziaria venezuelana insieme ad altri detenuti, con accuse vaghe di terrorismo e cospirazione. Per Trentini e Burlò, come conferma il suo avvocato, non risultano tuttora capi d’accusa ufficiali né atti di un eventuale processo. Alberto Trentini, 46 anni, originario del Lido di Venezia, si trovava in Venezuela per la ong internazionale Humanity & Inclusion, impegnata nel sostegno a persone con disabilità. Era entrato nel Paese nell’ottobre 2024 e il 15 novembre è stato arrestato all’aeroporto di Caracas, mentre si recava per lavoro a Guasdualito. Da quel momento, è rimasto irreperibile per mesi. La sua avvocata, Alessandra Ballerini, ha definito il caso una “sparizione forzata”, denunciando l’assenza di qualsiasi atto formale, la mancanza di difesa legale e l’impossibilità per la famiglia di avere notizie certe. I soli contatti diretti sono stati due brevi telefonate, una a maggio e una a luglio.
Non è ancora chiaro se la visita dell’ambasciatore rappresenti un vero segnale di apertura da parte del governo di Nicolás Maduro, accusato di utilizzare la detenzione di stranieri come leva diplomatica per ottenere riconoscimento internazionale. Due settimane fa, per la prima volta, il ministro degli Esteri venezuelano Yván Gil ha parlato del caso in un’intervista alla Cnn, sostenendo che i diritti umani di Trentini non sono violati e che sarebbe sotto processo, ma senza fornire prove o documenti.











