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di Estefano Tamburrini 

Avvenire, 26 maggio 2026

Il fumo nero si vede dall’esterno. E si sentono le urla dei prigionieri: denunciano “torture”, “perquisizioni violente” e “spedizioni punitive”. Alcuni lamentano “decine di giorni” di isolamento “senza cibo”. Dagli striscioni appesi sul muro esterno si legge: “S.O.S” e “Ci stanno torturando”. È rivolta al carcere di Barinas, dove 1.320 detenuti (1.200 uomini, 120 donne) hanno preso il controllo della struttura penitenziaria per chiedere a Caracas la destituzione del direttore, Elvis Macuare Guerrero, già segnalato per “eccessi” e “abusi di potere” sulle persone recluse. “Ci ha tolto lo sport e lo studio e ci fa dormire per terra”, denunciano.

Il direttore però non si tira indietro: irrompe nel carcere, insieme alle guardie, e spara sui manifestanti. La denuncia viene confermata dall’Ong Observatorio venezolano de prisiones, che posta su X un filmato realizzato dai detenuti. “Protestavano pacificamente quando le guardie carcerarie, accompagnate dal nuovo direttore, hanno aperto fuoco contro i manifestanti”. Non è chiaro come e perché gli smartphone siano entrati nella struttura, ma il momento, assai critico, impone altre priorità, come la salvaguardia dei reclusi in pericolo. Filtra l’informazione di “alcuni feriti” (quantità e gravità non precisate).

Evacuate anche cento donne dalla sezione femminile della struttura. La maggior parte di loro accusava irritazione cutanea e problemi respiratori a causa dei lacrimogeni lanciati da agenti della Guardia nazionale bolivariana (Gnb), entrati nel penitenziario per sedare la rivolta. “Siamo disperati”, dicono ad Avvenire alcuni familiari dei detenuti che hanno raggiunto la struttura. Presenti madri, padri, mogli e altri congiunti dei detenuti. “Si sentono spari ed esce fumo dall’interno. Non ci viene fornita nessuna informazione sulla condizione dei detenuti”, lamentano.

Ieri il direttore del carcere è stato destituito dal responsabile della sicurezza di Barinas. Le Ong accusano: “È una situazione che si sarebbe potuta evitare se il difensore civico e il pubblico ministero avessero fatto il loro lavoro”. È passata più di una settimana da quando il difensore civico, Eglée González Lobato - reagendo alle morti di Víctor Quero Navas e di José Manuel García - chiedeva una “revisione strutturale” del sistema penitenziario di Caracas per porre fine a “torture e abusi”.

Nell’attesa è morta anche Carmen Navas, l’ultraottantenne madre di Víctor, che nel lutto chiedeva “pietà” per i detenuti. Il carcere, si sa, è il termometro del Paese, poiché segna lo scarto tra promesse di circostanza e riforme reali. E la rivolta è successa venerdì 22 maggio, scadenza autoimposta da Rodríguez per il rilascio, in “buona fede”, di 300 detenuti. Per ora ne sono stati rilasciati meno di cinquanta, tra cui la 16enne Samantha Hernández, che era in cella perché familiare di un militare ribelle. Episodi strazianti spuntano ovunque si guardi, con l’impunità che sembra avere la meglio su ogni indagine e accertamento.

È il caso di Yanín Pernía, prigioniera politica classe 1997, reclusa all’Instituto de orientación femenina, dove avrebbe subito abusi da parte di almeno 30 agenti. “Per lei nessuna scarcerazione? Sta ancora soffrendo fisicamente e psicologicamente per quanto le è accaduto”, lamenta la suocera, Zoraida González, madre di José Miguel Estrada, altro prigioniero. Politica o meno che sia, la prigionia a Caracas è un inferno. E le ragioni sono strutturali.

Basti pensare ai cinque reclusi morti un mese fa a Yare III a seguito di scontri fisici finiti in rivolta. Ogni tragedia è accompagnata dal solito schema: silenzi, informazioni tardive, promesse incompiute. Del resto l’agenda del Paese è altrove: purghe interne, esercitazioni militari Usa nel cuore di Caracas e la confusione della dissidente premio Nobel María Corina Machado, che da Panama si autocandida a elezioni mai indette.