di Alessandro Mantovani
Il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2025
In Trump we trust: sulla scia di Donald per Trentini libero. Gli Usa hanno avviato una relativa distensione con Maduro: la diplomazia degli ostaggi potrebbe giovarsene, come fu per Cecilia Sala. Potrebbe partire anche un digiuno a staffetta per alzare l’attenzione sul caso di Alberto Trentini, l’operatore umanitario veneziano della ong Humanity & Inclusion detenuto ormai da oltre 100 giorni in Venezuela dove fin qui non ha neppure potuto ricevere una visita consolare. Una petizione su change.org ha già superato le 74.500 firme, c’è una pagina Facebook molto attiva: “Non lasciamo che diventi invisibile”. Le iniziative si moltiplicano soprattutto in Veneto per la liberazione di Alberto, 45 anni, laurea in Storia a Ca’ Foscari, master nel Regno Unito su gestione delle emergenze e sanificazione dell’acqua e grande esperienza di cooperazione internazionale dall’Europa al Medio Oriente, dall’Africa all’America Latina. Legato a una giovane venezuelana, era andato laggiù a lavorare con i disabili per la ong francese, premio Nobel per la pace nel 1997 per la sua campagna contro le mine antiuomo, ed è finito in carcere in un momento delicatissimo per il Venezuela.
Era il 15 novembre 2024, Trentini era lì da un mese e l’esercito l’ha fermato a Guasdualito, in una zona di contrabbando al confine con la Colombia. In questi mesi decine di stranieri sono stati arrestati. Dal 28 luglio scorso la rielezione di Nicolás Maduro, erede politico di Hugo Chávez, è molto contestata dall’opposizione e dalle cancellerie soprattutto occidentali. Maduro ha ridimensionato le rappresentanze diplomatiche, compresa quella italiana. Siamo di fronte a una sorta di “diplomazia degli ostaggi” con tratti simili a quella iraniana.
I rapporti con Caracas non sono facili, ancora a gennaio Giorgia Meloni ha negato il riconoscimento del risultato elettorale ma poi la presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri Antonio Tajani hanno evitato di calcare troppo la mano. Sono del resto più che distese le relazioni con regimi assai poco democratici dall’Arabia Saudita all’Egitto e a molti altri, che però sono amici dell’Occidente o addirittura membri di peso della Nato come la Turchia. Per liberare Cecilia Sala l’Italia ha trattato con l’Iran degli ayatollah fino allo scambio con l’ingegnere Mohammad Abedini, arrestato a Milano su mandato statunitense e rimandato a casa previo incontro di Meloni con Trump non ancora insediato. Quando vuole, la politica trova spazi per negoziare. Lo sa bene la signora Armanda, la mamma di Alberto Trentini, che si è affidata all’avvocato Alessandra Ballerini, legale anche dei genitori di Giulio Regeni: “Mi aspetto che arrivi una telefonata di Alberto, è un desiderio che abbiamo dal 15 novembre - ha detto domenica sera da Fabio Fazio a Che tempo che fa. - Poi, poiché ho scritto una lettera e la nostra avvocata l’ha inoltrata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, e proprio perché è madre pure lei, mi aspetto che me lo porti a casa, che percorra delle strade anche facendosi aiutare dalle istituzioni di altri Paesi come è stato fatto per la nostra giornalista Cecilia Sala”, ha detto Armanda Trentini. Proprio Paola e Claudio Regeni hanno diffuso un appello per Alberto. Ma certo, non sembra ancora di vedere una mobilitazione come quella per la giornalista di Chora Media e del Foglio, invocata da Carlo Verdelli sul Corriere.
A quanto risulta al Fatto Meloni non si è fatta viva con la signora Armanda, però il governo lavora. I contatti sono aperti soprattutto a livello di intelligence e hanno consentito, poco meno di un mese fa, di ottenere da Caracas prove rassicuranti che Alberto è in buona salute. Sua madre ha confermato che ha ricevuto alcuni farmaci di cui ha bisogno. Non è poca cosa: Trentini non ha mai potuto telefonare a casa, è in isolamento, le accuse a suo carico per quanto ne sappiamo non sono state formalizzate e chi ha parlato di “terrorismo” ha detto sciocchezze. Non risulta che abbia un avvocato.
Il nostro governo, che ha anche il problema di tutelare la forte comunità di italiani e discendenti di italiani per lo più schierati con l’opposizione di destra venezuelana, dovrebbe essersi messo nella scia di Donald Trump. La nuova amministrazione degli Usa, nemici storici del chavismo, ha bisogno del petrolio venezuelano e ha ripreso una linea di relativa distensione con Maduro: sei cittadini statunitensi che erano detenuti sono stati rilasciati all’inizio di febbraio dopo un incontro fra il capo del governo e Richard Grenell, l’inviato di Trump; Washington in cambio ha tolto la protezione umanitaria a un gran numero di venezuelani per lo più ostili al governo, mentre ne ha rispediti a Caracas altri, accusati di reati vari, senza particolari reazioni. Ma all’Italia Maduro sembra chiedere innanzitutto un riconoscimento politico.











