sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Laura Berlinghieri

La Stampa, 12 settembre 2025

Il cooperante di 46 anni è in cella dal 15 novembre ma il Venezuela ancora non gli ha formalizzato nessuna accusa. La disperazione della madre: “Portatelo a casa, parlatene come avete fatto con altri italiani”. Trecento giorni, oggi, senza Alberto Trentini. Trecento giorni, per la sua famiglia del Lido di Venezia, senza poter vedere il cooperante di 46 anni, detenuto nel carcere El Rodeo I, alla periferia di Caracas, ancora senza la formalizzazione di uno straccio di accusa. Trecento giorni senza che la diplomazia italiana sia riuscita a riportarlo a casa.

Gli appelli della mamma Armanda Colusso sono tutti uguali: “Riportatemelo a casa”. Si rivolge alla politica: “Non possiamo più aspettare, vogliamo risposte”. Si rivolge ai giornalisti: “Si deve parlare di mio figlio come si è fatto per altri italiani che, grazie anche al clamore mediatico, hanno fatto ritorno a casa”. È andata a Roma, all’ultima udienza del processo per l’omicidio di Giulio Regeni. Ha partecipato a un’iniziativa organizzata da Articolo 21 alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ha letto l’ennesima lettera. Ma ancora non ci sono segnali di speranza tangibile per il cooperante del Lido, arrivato il Venezuela il 17 ottobre 2024 per una missione umanitaria e, meno di un mese dopo, arrestato e condotto in carcere.

Cos’è successo - Era il 15 novembre di un anno fa. Alberto Trentini stava viaggiando da Caracas a Guasdualito, nel sudovest del Paese, insieme all’autista della ong francese Humanity & Inclusion, quando è stato fermato a un posto di blocco da alcuni agenti del posto. Le accuse non sono mai state formalizzate. Si parla di terrorismo, cospirazioni ai danni delle autorità venezuelane: ipotesi chiaramente del tutto infondate e, comunque, mai realmente messe nero su bianco. Il 46enne si trovava in Venezuela per conto della ong francese, impegnata a dare supporto alle persone con disabilità. Laureatosi in Storia moderna e contemporanea all’Università di Venezia, era subito partito con un orizzonte larghissimo: prima il diploma in assistenza umanitaria a Liverpool, poi il master in sanificazione delle acque a Leeds. E, dopo, le missioni umanitarie in giro per il mondo: Paraguay, Nepal, Grecia, Perù, Libano, Ecuador, Bosnia, Etiopia, Colombia. L’ipotesi più probabile è che l’intera vicenda della sua detenzione sia da intendere come rappresaglia del governo venezuelano per le aspre critiche al regime di Maduro.

Il 15 novembre, dunque, Trentini viene arrestato e condotto nel carcere El Rodeo I. La sua famiglia, a Venezia, non sa niente. Gli viene negata qualsiasi telefonata, persino al suo avvocato. I genitori scopriranno cos’è accaduto solo a distanza di diverse ore. Riusciranno a collocarlo nel carcere alla periferia di Caracas solo dopo giorni. Riceveranno la prima telefonata dopo mesi: il 16 maggio. Ne seguirà soltanto un’altra, il 26 luglio. Trentini - che soffre di alcuni problemi di salute - dice ai genitori di stare bene, li rassicura. Ma chiede di fare presto.

La diplomazia - Nel frattempo, vengono attivati i canali diplomatici. La storia di Alberto viene resa nota all’indomani della liberazione di Cecilia Sala, in Iran. Circostanza che regala fiducia alla famiglia. Ma, a distanza di mesi, Trentini è ancora lì, in condizioni sconosciute, con un futuro sconosciuto. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani e l’ambasciata italiana in Venezuela seguono il caso fin dagli inizi. Luigi Vignali viene nominato inviato speciale, per gestire i casi di una quindicina di italiani detenuti in Venezuela, tra cui appunto il cooperante veneziano. Ma i negoziati restano estremamente difficili. Risale a ieri, poi, l’ennesimo appello dell’avvocato della famiglia, Alessandra Ballerini, già al fianco dei genitori di Giulio Regeni. “Vogliamo Alberto Trentini libero, riportatelo a casa”. Chiede. Ancora. Ma Alberto resta a Caracas: senza un perché.