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di Laura Berlinghieri

La Stampa, 5 marzo 2025

Il cooperante italiano è detenuto da oltre 100 giorni in Venezuela con generiche accuse di terrorismo. La madre: “Un dolore enorme”. Il sottosegretario Mantovano: “Stiamo facendo tutto il possibile”. Oggi siamo impegnati a riportare Alberto Trentini tra le braccia dei suoi familiari e della sua comunità. La situazione è complessa, la soluzione difficile, ma abbiamo attivato ogni possibile canale e posso garantire ai suoi genitori che stiamo facendo ogni sforzo per assicurare il suo ritorno”. Le parole sono quelle di Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e braccio destro della premier Giorgia Meloni, pronunciate ieri, in occasione della presentazione della relazione 2024 dell’intelligence.

Parole per affermare l’interessamento del governo sul caso di Alberto Trentini, il cooperante 45enne del Lido di Venezia, detenuto da oltre 100 giorni in carcere a Caracas, senza alcuna possibilità di comunicare con l’esterno. L’unica notizia arrivata alla sua famiglia risale a inizio febbraio: un generico “Sta bene”, fatto arrivare ai genitori di Trentini dalle autorità venezuelane. Per il resto, assolutamente nulla. Soltanto una mai precisata accusa di “terrorismo”, che, nell’impossibilità di conoscere alcunché sulle condizioni di detenzione del cooperante veneziano, non può che fare paura.

“Queste sono giornate molto difficili per la nostra famiglia, di continua angoscia”, dice intanto Armanda Colusso, la mamma di Trentini, che non riesce a contenere le lacrime. Ha scritto una lettera, indirizzata alla premier Meloni, pregandola perché il governo si attivi velocemente, percorrendo tutte le strade possibili, per riportare a casa il figlio. “Ho detto tutto in quella lettera - spiega - e non saprei che cos’altro aggiungere. Ogni volta che nomino Alberto, è un dolore enorme e non riesco nemmeno a parlare”.

Intanto, oggi, Mercoledì delle Ceneri, inizierà il digiuno a staffetta per Alberto. “Per fargli sapere che non è solo” dice Alessandra Ballerini, l’avvocata della famiglia Trentini, che si occupa anche del caso di Giulio Regeni. Per partecipare, è sufficiente compilare con i propri dati il modulo sul sito bit.ly/digiuno-alberto-trentini, selezionando il giorno di marzo in cui si vuole digiunare.

E, accanto all’interessamento della Farnesina, sono tante le iniziative organizzate in tutta Italia, a sostegno del cooperante arrestato a metà novembre. Striscioni per chiederne la liberazione sono stati esposti sulla facciata di Palazzo D’Accursio a Bologna, del Consiglio Regionale del Veneto e, ieri, persino sul fronte del municipio di Alberobello. È stato attivato il “muro virtuale di speranza”, sul sito Miro.com, che ha raccolto oltre 400 mila selfie da tutto il mondo, per chiedere che Alberto possa tornare a casa. E lo stesso vogliono gli oltre 78 mila che, con le loro firme su change.org, cercano di sollecitare il governo, perché si muova nella maniera più rapida ed efficace possibile. “Ci tengo a ringraziare tutti per la grande disponibilità dimostrata, per il grande aiuto” dice intanto la mamma Armanda, “Li ringrazio di cuore. Però io resto qui, sperando per il mio Alberto. In silenzio, perché non riesco nemmeno a parlare”.