di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 ottobre 2026
Avvocati, magistrati e dirigenti penitenziari a confronto sui colloqui intimi riconosciuti nel 2024. Da Terni a Larino, il diritto si è affermato a colpi di reclami. Si può togliere a una persona la libertà senza toglierle anche il diritto di amare e di essere amata? A inizio ottobre, nella Biblioteca Salaborsa di Bologna, se lo sono chiesti avvocati, magistrati, dirigenti penitenziari e un attore. Era la seconda tappa di “Vengo da Te. Il diritto di restare umani: le stanze dell’affettività in carcere”, progetto nato per iniziativa dell’avvocata Antonella Divincenzo, consigliere Aiga della Sezione di Trani e componente nazionale dell’Onac, l’Osservatorio nazionale Aiga sulle carceri. La prima edizione si era tenuta ad Andria, dentro il Festival della Disperazione.
L’avvocata Antonella Divincenzo spiega a Il Dubbio che la spinta è venuta dalla sentenza n. 10 del 2024 della Corte costituzionale, ma che “tra il riconoscimento di un diritto e la sua concreta attuazione c’è ancora un percorso da compiere”. E aggiunge: “Ho pensato a chi è dentro e aspetta, ma anche a chi è fuori e aspetta a sua volta. Ai compagni, ai figli, ai genitori”. Per questo ha legato l’iniziativa a “La casa in riva al mare” di Lucio Dalla, la storia del recluso che dalla cella sogna l’incontro con la donna amata: una canzone che, dice, “racconta l’attesa, il desiderio di libertà, il sogno di un incontro”. Il titolo nasce dalla stessa radice, “dall’idea di andare incontro all’altro, di raggiungerlo, di non considerare il carcere un mondo separato dal nostro”.
La tappa bolognese ha avuto il patrocinio di Aiga nazionale, del Comune e del Dipartimento di scienze giuridiche dell’Università, con la collaborazione di Aiga Bologna e della Fondazione forense bolognese. Ad aprire i lavori è stato Federico Casolari, direttore del Dipartimento. Per il Comune sono intervenuti due assessori, Daniele Del Pozzo per la Cultura e Matilde Madrid per il Welfare e la Salute, mentre la Regione Emilia-Romagna era rappresentata dall’avvocato Luca Pestelli. Poi la voce dell’avvocatura: Betty De Paola, presidente di Aiga Bologna, Nicola Mazzacuva, alla guida dell’Unione delle Camere penali, Paolo Rossi, vicepresidente vicario dell’Ordine degli avvocati di Bologna, e il presidente nazionale di Aiga, Luigi Bartolomeo Terzo.
La tavola rotonda ha messo intorno allo stesso tavolo chi il carcere lo studia, chi lo giudica e chi lo governa.
Per l’università c’era il penalista Stefano Canestrari, ordinario a Bologna. Per la magistratura Elena Banchi, magistrato di sorveglianza a Reggio Emilia. Dal lato dell’amministrazione penitenziaria sedevano Bernardo “Dino” Petralia, già capo del Dap, il provveditore regionale Silvio Di Gregorio e Annalisa La Greca, vicedirettrice degli istituti di Parma e oggi direttrice di quello di Modena. Con loro il garante dei detenuti del Comune, Antonio Iannello, e due avvocati: Mario Aiezza, già referente Onac, e Luca Sebastiani, responsabile dell’Osservatorio carcere della Camera penale “Franco Bricola”. A rompere il linguaggio dei codici ci ha pensato l’attore e autore Alessandro Bergonzoni.
Due assenze, entrambe giustificate. Il professor Filippo Giordano, segretario permanente del Cnel per l’inclusione delle persone private della libertà, e l’avvocato Francesco Zaccaria, attuale referente Onac, erano assenti. Ad Andria però c’erano, e Giordano aveva presentato il progetto “Recidiva Zero”. Alle pareti della Salaborsa, intanto, scorrevano le fotografie di Vincenzo Del Negro e Alice Bianchi, dedicate al filo che lega chi sta dentro a chi sta fuori. Divincenzo è convinta che “garantire il diritto all’affettività non significhi essere indulgenti nei confronti di chi ha commesso un reato”, e che “una società è più sicura anche quando riesce a ridurre le condizioni che favoriscono la recidiva”.
Da Spoleto a Larino, un diritto strappato a colpi di reclamo - Tutto comincia da un detenuto del carcere di Terni che chiede di stare con la compagna senza un agente a fissarli. Il magistrato di sorveglianza di Spoleto, Fabio Gianfilippi, con ordinanza del 12 gennaio 2023 solleva la questione di legittimità dell’articolo 18 dell’ordinamento penitenziario: il controllo a vista sui colloqui, scrive, si traduce in un vero divieto di vivere l’affettività in una dimensione riservata, sessualità compresa. Con la sentenza n. 10, deliberata il 6 dicembre 2023 e depositata il 26 gennaio 2024, la Consulta dichiara illegittimo l’articolo 18 dove non consente i colloqui con il coniuge, la parte dell’unione civile o il convivente senza controllo a vista, quando non ostino ragioni di sicurezza, di ordine e disciplina o, per l’imputato, giudiziarie. Restano esclusi il 41 bis e la sorveglianza particolare.
Poi un anno di silenzio. Lo rompe di nuovo Gianfilippi, il 29 gennaio 2025: accoglie il reclamo di un recluso di Terni che desidera un figlio: dà all’istituto sessanta giorni. A Terni nasce la prima stanza d’Italia. Il 7 febbraio 2025 tocca a Parma, con l’ordinanza firmata da Elena Banchi, una delle relatrici di Salaborsa. L’11 dicembre 2024 la Cassazione, con la sentenza n. 8 del 2025, aveva annullato il provvedimento del magistrato di Torino che lo declassava a mera aspettativa. L’11 aprile 2025 il Dap diffonde le prime linee guida.
Il 4 novembre 2025 il Tribunale di sorveglianza di Bologna, estensore ancora Banchi, accoglie il reclamo di un ergastolano detenuto dal 16 giugno 1995, presentato dall’avvocata Pina Di Credico, cui il primo giudice aveva negato il colloquio intimo con la moglie. Colloqui sempre sotto lo sguardo degli agenti: “Tutto questo da trent’anni”, annota il collegio, che definisce non vincolanti le linee guida del Dap: il colloquio intimo resta un diritto e non può trasformarsi nel premio della buona condotta. L’11 novembre 2025 la magistrata di sorveglianza di Campobasso, Teresa Venezia, dà ragione a un detenuto di Larino al quale la direzione aveva negato l’incontro con la compagna per mancanza di locali, “in attesa delle linee guida provveditoriali”. Quasi due anni dopo la Consulta.
Quanti siano oggi gli spazi, nessuno lo dice con certezza. Rispondendo a un’interrogazione di Italia viva, il ministro Nordio aveva ammesso: solo 32 istituti su 189 avevano individuato una stanza idonea. La Relazione al Parlamento del Garante nazionale, presentata il 23 ottobre al Senato, dedica al tema poche righe, senza censimento, ma ricorda che la mancata esecuzione delle pronunce “potrebbe impingere nella violazione dei diritti”.
Prima delle sentenze e delle stanze, c’erano soltanto le lettere e gli incontri senza un minimo di intimità. Elvio Fassone, morto il 21 giugno scorso, nel 1985 presiedeva a Torino la Corte d’assise del maxiprocesso alla mafia catanese, 242 imputati. Tra i condannati all’ergastolo c’era un ragazzo di nemmeno trent’anni, che nel libro si chiama Salvatore. Il giorno dopo la sentenza il giudice gli scrisse e spedì il Siddharta di Hermann Hesse. Da quel gesto nacque un carteggio durato ventisei anni, diventato nel 2015 “Fine pena: ora”.
In quelle pagine c’è Rosi, la fidanzata conosciuta da adolescente. Per vent’anni gli resta accanto. Lo segue di carcere in carcere e gli dedica l’intera giovinezza. Colloqui in sale comuni, davanti agli agenti, senza mai un’ora da soli. Alle soglie dei quarant’anni sente il bisogno di ricostruirsi una vita, e se ne va. Salvatore, anni dopo, nelle settimane roventi di un’estate, tenta di togliersi la vita. Lo salva un agente arrivato in tempo. Salvatore scrive poi al giudice per chiedergli scusa. Vent’anni d’amore, e la legge non aveva previsto per loro neppure una stanza.
L’avvocata Divincenzo vuole portare “Vengo da Te” in altre città, davanti a “cittadini e studenti”. Il suo orizzonte è “una società che non rinuncia alla sicurezza, ma che la persegue anche attraverso la dignità, la responsabilizzazione e la possibilità concreta di cambiare”. Quella possibilità che i tanti Salvatore e le tante Rosi non hanno mai avuto.









