fotosintesi.info, 1 novembre 2026
Il giovane egiziano aveva una dipendenza e nessun familiare in Italia. La sua avvocata cercava un percorso in comunità. Intanto il carcere ospita quasi il doppio delle persone previste e la risposta del governo ai problemi della giustizia minorile è ampliare gli istituti. Una comunità era ancora da trovare. La vita di un ragazzo di vent’anni si è fermata prima, nel carcere di Monza. Era egiziano, avrebbe compiuto ventuno anni a gennaio ed era arrivato in Italia da solo, a quindici anni. La sua storia attraversa il circuito minorile, le comunità, San Vittore e infine la casa circondariale brianzola. Un percorso nel quale la pena e la necessità di cura si sono intrecciate, fino a questa morte per suicidio.
Secondo quanto raccontato dall’avvocata Arianna Barbazza al Giorno, il giovane soffriva di dipendenza, aveva la madre malata e una sorella in Egitto, senza familiari sui quali contare in Italia. La legale stava preparando un’istanza per l’affidamento a una comunità e ha sottolineato la difficoltà di trovare una struttura disponibile. Non sappiamo quale sarebbe stato l’esito della richiesta. Sappiamo che la possibilità di un percorso diverso era ancora da costruire. Quella comunità ancora da individuare pone però una domanda pubblica: quali opportunità effettive di cura e di esecuzione della pena vengono offerte a chi ha una dipendenza, una condizione di fragilità e nessuna rete familiare?
I numeri di Monza aiutano a capire il contesto. La scheda del ministero della Giustizia, aggiornata al 29 ottobre, registra 770 persone detenute a fronte di 413 posti regolamentari, uno dei quali indisponibile. Quasi il doppio della capienza. In queste condizioni, assicurare attenzione individuale, continuità terapeutica e relazioni diventa più difficile. Il sovraffollamento riguarda lo spazio, ma anche il tempo che gli operatori possono dedicare a ciascuna persona.
Da Brescia arriva intanto un’altra notizia drammatica. BsNews riferisce il 31 ottobre che una detenuta ventenne è stata soccorsa dopo un tentativo di suicidio avvenuto il giorno precedente nella sezione femminile del carcere di Verziano. La testata descrive condizioni critiche. È una vicenda ancora in evoluzione, sulla quale occorrono aggiornamenti e riscontri.
Nel Lazio, il 19 ottobre, un uomo di quarantanove anni con problemi di dipendenza è morto per suicidio a Viterbo. Era il terzo caso dall’inizio dell’anno nello stesso istituto e il sesto nella regione. Il Garante regionale ha chiesto di adottare e applicare il nuovo piano di prevenzione del rischio suicidario, ridurre il sovraffollamento e ricostruire un rapporto di fiducia tra persone detenute e istituzione. A Viterbo risultavano 633 reclusi per 387 posti effettivamente disponibili. Anche qui, l’attenzione alle singole storie rischia di perdersi dentro una sproporzione strutturale.
Il quadro nazionale richiede precisione. Il rapporto del Garante nazionale, aggiornato al 31 agosto 2026, registra 184 decessi nei primi otto mesi dell’anno, contro 167 nello stesso periodo del 2025. I suicidi censiti sono 49, rispetto ai 53 dell’anno precedente; le morti per cause naturali salgono da 76 a 88 e quelle accidentali da due a otto. Sono inoltre registrati due omicidi e 37 decessi con cause ancora da accertare. Quest’ultima categoria non può essere sommata ai suicidi: gli accertamenti non sono conclusi. E il bilancio di agosto non va presentato come il totale di fine ottobre.
La diminuzione dei suicidi registrata in quel periodo non cancella dunque l’aumento complessivo delle morti. Lo stesso Garante segnala che la popolazione detenuta media è cresciuta da 53.758 persone nel 2021 a 64.489 nel 2026. Per valutare il fenomeno servono dati aggiornati e confrontabili, insieme alla verifica dell’assistenza sanitaria e delle condizioni materiali della detenzione.
La direzione politica emerge dalle dichiarazioni del 22 ottobre: il ministro Carlo Nordio ha prospettato l’ampliamento delle carceri minorili e la destinazione ai ragazzi di settori degli istituti per adulti. Antigone contesta questa scelta allucinante. Secondo l’associazione, negli istituti minorili si è passati da 381 persone a fine 2022 a 550 nell’agosto 2026; nello stesso mese il 68,1 per cento non aveva una condanna definitiva. Antigone chiede investimenti nella prevenzione, nei servizi territoriali e nei percorsi educativi e attribuisce l’espansione del circuito detentivo anche alle politiche del governo.
La salute mentale passa attraverso la qualità dei rapporti sociali, la possibilità di essere ascoltati e di ricevere cure adeguate. In carcere questo richiede personale sanitario, psichiatri e psicoterapeuti, educatori, continuità con i servizi per le dipendenze e comunità capaci di accogliere. Richiede anche condizioni di lavoro che permettano al personale penitenziario di riconoscere il disagio e attivare un intervento. Sono responsabilità da organizzare e finanziare, con risultati verificabili.
La domanda lasciata da Monza riguarda ciò che accade tra il riconoscimento di un bisogno e la disponibilità concreta di una risposta. Quanto si aspetta, chi segue quel passaggio, quali ostacoli impediscono di completarlo? Ricostruire questo percorso è un dovere verso chi è morto e verso chi è ancora dentro. Perché una comunità ancora da trovare non diventi l’ultima frase nella storia di un ragazzo.









