di Chiara Lalli
Il Dubbio, 21 febbraio 2025
La legge 40 sulle tecniche riproduttive ha ventuno anni. La legge si chiama “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”. È sbagliato e analfabeta pure il titolo. Ma del titolo potremmo disinteressarci se non fosse stata piena di divieti insensati, ingiusti, illegittimi. In questi anni molti di quei divieti sono stati eliminati ma il costo è stato altissimo. E il tempo perso è un tempo irrecuperabile. Nel 2005 ci sono stati quattro referendum di abrogazione parziale; il quesito di abrogazione totale non è stato ammesso dalla Corte costituzionale e il quorum non è stato raggiunto. La legge 40 è una legge perfetta per sapere come non si scrivono le leggi. Un manuale al contrario. Che significa procreazione medicalmente assistita? Che significa gamete? Surrogazione di maternità? Non ci sono le definizioni, forse era troppo faticoso. Come faccio a rispettare una legge o a eseguire un comando se non capisco bene quello che c’è scritto o quello che mi state dicendo?
I divieti sarebbero stati bellissimi se non fossero stati deliranti. Il divieto di fecondazione eterologa, cioè se mi servivano dei gameti di qualcun altro non potevo usarli. Perché? Non si sa. Il divieto di produrre più di tre blastocisti (quelle che chiamano embrioni forse sperando di rimandare a quella iconografia prolife che disegna un embrione di 10 settimane come un bambino di cinque anni; qui stiamo parlando dei primissimi stadi di sviluppo e non di un feto né tantomeno di un neonato) e l’obbligo di contemporaneo impianto di quelle tre blastocisti (forse il più lunare degli obblighi perché mi costringi a rifare tutto il percorso di stimolazione e prelievo chirurgico degli ovociti anche se producessi più ovociti, mi costringi a impiantare tutte e tre le blastocisti in modo cieco e universale - tutto questo ignorando i rischi medici e le mie caratteristiche specifiche). Il divieto di congelare quelle blastocisti non impiantate. Il divieto di accesso alle persone (anzi alle coppie) non fertili e voi vi chiederete che senso ha usare le tecniche se non sei sterile? Il senso è quello di evitare la trasmissione di alcune malattie trasmissibili. Per farlo, secondo la legge 40, puoi evitare di avere un figlio evitando così anche il rischio oppure farti un test prenatale e poi in caso abortire. Questo invece di ricorrere alle tecniche e alla diagnosi genetica di preimpianto. Sensato, no?
Come dicevo, grazie alle persone colpite, alla difesa di Filomena Gallo e al lavoro dell’Associazione Luca Coscioni, grazie ad alcune sentenze della Corte costituzionale, ora quella legge è meno ripugnante. Ma non basta. Cosa rimane? Il divieto di sperimentazione sugli embrioni (come ho detto, le blastocisti che poi magari le buttiamo, cioè le lasciamo estinguere). Le puoi importare le cellule, ma non produrle. Il divieto di accesso alle tecniche se non a coppie sposate o conviventi. Il divieto di cambiare il consenso dopo la produzione delle blastocisti e non fino all’impianto. Il divieto di ricerca e di “surrogazione di maternità”.
Il legislatore in questi anni non ha fatto niente. Anzi no. Ha perfino peggiorato la legge 40 e la sua posizione. Qualche mese fa, infatti, è stata cambiata e al già divieto della maternità surrogata è stato aggiunto un capolavoro normativo e forse pure narrativo: “se i fatti di cui al periodo precedente, con riferimento alla surrogazione di maternità, sono commessi all’estero, il cittadino italiano è punito secondo la legge italiana”. Se vai in un paese a fare qualcosa che lì è legale poi torni e ti arrestano. Sensato, no?
Il prossimo 11 marzo la Corte costituzionale si esprimerà sull’articolo 5, cioè sui criteri di accesso. Vediamo cosa succederà. Ma intanto sarebbe davvero molto utile imparare dai disastri passati. Lo so, lo so. Succede raramente e considerando quello che sta succedendo sul suicidio assistito forse siamo pure peggiorati. Perché in quel caso basterebbe copiare due sentenze della Corte costituzionale, la 242 del 2019 e la 135 del 2024, aggiungere solo alcuni aspetti organizzativi (i tempi entro cui il servizio sanitario deve rispondere alla richiesta della verifica dei requisiti) e avremmo una buona legge. Non basta non solo per i divieti che restano. Non basta perché ai danni passati non c’è rimedio. Rimandare è un’arte. Rimandare è una omissione morale.











