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di Nicolò Fagone La Zita

Corriere Torino, 23 dicembre 2024

Il progetto di Verbania coinvolge dai 4 agli 8 detenuti, che escono per lavorare nel laboratorio. Farina, lievito, acqua e tanta voglia di riscatto. Sono gli ingredienti utilizzati da alcuni detenuti del carcere di Verbania che, durante tutto l’anno, si recano in un piccolo laboratorio a poche centinaia di metri dalla struttura per creare cookies, baci di dama e panettoni artigianali. Un luogo che si è trasformato nella cucina della Banda Biscotti, un progetto che mescola sapientemente lavoro nelle carceri, inclusione, prodotti biologici, mercati solidali e reinserimento sociale.

E pensare che tutto è iniziato come un semplice corso di formazione all’interno del carcere, capace poi di trasformarsi in una vera cooperativa. “Il progetto nasce a metà degli anni Duemila - spiega la coordinatrice, Alice Brignone - quando i detenuti, spinti dall’entusiasmo, hanno chiesto di continuare l’attività di pasticceria all’interno di una cella nel carcere. Da lì l’iniziativa è cresciuta ulteriormente e si è formalizzata con la Cooperativa Il Sogno, in un ambiente esterno”.

L’obiettivo è far lavorare i detenuti offrendo loro qualcosa di più di un semplice passatempo: un lavoro vero, retribuito, che permette di acquisire competenze spendibili. “Da agosto inizia il momento clou dell’anno - aggiunge Brignone - perché si parte con la produzione del Natale. In quel mese gli inserimenti lavorativi spesso aumentano, almeno di tre unità. Grazie alle festività recuperiamo il 70% del fatturato, che per noi significa pagare gli stipendi. Tutti i detenuti sono assunti secondo il contratto delle cooperative sociali, e per molti si tratta di una prima volta. Non hanno mai avuto un lavoro regolare”.

Banda Biscotti è un esempio di come il tasso di recidiva, cioè di ritorno in carcere a un anno dall’uscita (che in Italia è sopra il 68%), possa abbattersi al 2% quando si interviene con progetti educativo-formativi. Il contrario “dell’intima gioia” di “non lasciar respirare”, il concetto espresso dal sottosegretario alla giustizia Delmastro.

Con Banda Bassotti i detenuti non sono ingranaggi di un sistema che li isola, ma diventano parte di un ciclo produttivo che li collega al mondo esterno, riacquistando quella dignità spesso smarrita. “Il luogo adibito a laboratorio una volta ospitava l’istituto minorile cittadino - racconta Brignone - e i suoi detenuti venivano chiamati barabit (bambino dispettoso). Questo nome oggi viene ripreso da 2 dei nostri biscotti: uno senza farina di grano e uno senza uova e burro. Il motivo? A quei ragazzini mancava qualcosa, come ai nostri dolci, ma entrambi sono buoni”. La Banda Biscotti impiega circa 8 persone, e non solo: “Se consideriamo anche la Gattabuia (ristorante sociale) e Casa Ceretti (bar), gli altri due progetti della cooperativa, in totale occupiamo 20 persone su 70 detenuti”. Dal ragazzo classe 1995 all’adulto del 1958, pronti a darsi una seconda possibilità.