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di Roberto Bioglio

Eco Risveglio, 5 maggio 2022

In un luogo dove le parole e i dettagli sono importanti sta nascendo il riscatto di questi due giovani quarantenni. Gli occhi dietro la mascherina sono timidi, curiosi, certamente emozionati. “Per noi è la prima intervista” ammettono Michele e Lorenzo, entrambi 40enni, detenuti del carcere di Verbania che il 25 maggio saranno ricevuti in udienza generale da Papa Francesco a Roma. Viaggio speciale, con le maestranze della Casa circondariale per portare un grande arazzo da loro ricamato col simbolo del Vaticano.

L’intervista che abbiamo fatto giovedì scorso è avvenuta dentro il carcere, nella biblioteca, dove i due hanno portato direttamente dalla loro cella il frutto di sei mesi di lavoro ormai giunto quasi al termine: “Un milione e 300mila punti” dicono orgogliosi.

L’esperto di ricamo è Michele: “Ho imparato prima di entrare qui”. Le loro storie passate sono destinate, per loro espressa richiesta, a rimanere private. Entrambi spiegano senza esitazione di essere credenti, forse una fede, la loro, riscoperta tra le mura del carcere, fatte di silenzi e dolore, di un tempo che non passa mai. Si sono conosciuti qui a Verbania, due anni e mezzo fa. È nata l’intesa (non scontata) tra Michele, ragazzo del sud, e Lorenzo, accento del nord.

Più esuberante e vulcanico Michele, che a volte cerca le parole per dirlo; più pacato Lorenzo, che le parole le trova senza difficoltà ma non le usa mai a caso. “Io so ricamare, Lorenzo è bravissimo a disegnare. Alcuni punti in comune nelle nostre storie personali ci hanno fatto capire che poteva nascere qualcosa di bello” dice Michele. La bellezza può nascondersi anche nei luoghi più tetri. “Dai diamanti non nasce niente, è dal letame che nascono i fior” diceva De André, poeta degli ultimi. E loro “ultimi” si sono sentiti tante volte.

Due detenzioni - “La prima cosa fatta? Uno stemma della Polizia penitenziaria” dice Michele. Tre mesi e mezzo di lavoro, ora è esposto nell’ufficio del comandante della Penitenziaria Domenico La Gala. Dopo sono arrivati altri lavoretti. Fino all’intuizione decisiva della garante dei detenuti, la professoressa Silvia Magistrini, che ha proposto loro di collaborare con le suore di clausura di Orta San Giulio. Due forme di isolamento che si incontrano: quella volontaria delle monache di clausura e quella obbligata di chi deve pagare per gli errori fatti. Le suore inviano del materiale di recupero, consigli e parole di conforto. Un soccorso dell’anima per Michele e Lorenzo: “Hanno fatto un miracolo - dice Michele -: ci hanno fatto amare questo posto”. “Le suore possono capire la nostra condizione - aggiunge Lorenzo - sono due forme di restrizione che si incontrano. Noi con pudore chiamavamo “stanza” la nostra cella. Loro ci hanno detto candidamente: “Per noi è la cella”. La scelta delle parole è banale per chi, come noi, vive la libertà a pieni polmoni; non per Lorenzo e Michele. Le suore insegnano anche ai due giovani un’altra forma di libertà: “Quella di esprimerci, creare, fare” ammette Lorenzo.

La folgorazione - L’idea di provare ad andare dal Papa viene una sera a Michele; bisognava spedire un pacco di biscotti della “Banda biscotti” al Papa e ogni scatola conteneva un loro piccolo ricamo. Ma a Michele non basta. “Ero a letto, ho avuto la folgorazione - racconta - ho svegliato Lorenzo e gli ho detto: andiamo dal Papa a portargli un grosso arazzo con il simbolo del Vaticano! Idea folle, non ci arriveremo mai, gli ho detto, però dobbiamo provarci”. Così i due scrivono una lettera, a mano, come si faceva un tempo. La lettera è sentita, passionale, emozionante. Parte quasi un anno fa; i giorni passano e la risposta latita. Poi all’improvviso arriva: i due aprono la busta con esitazione, speranza, emozione. Dentro non c’è solo la risposta dell’assessore alla segreteria di Stato vaticana monsignor Roberto Cona, che invita i due all’udienza generale. Ci sono lacrime, dolori, silenzi, bocconi amari, delusioni. La lettera viene soppesata parola per parola. “Inizia con “pregiatissimi” si emoziona Michele. Le parole pesano, tra queste mura ancor di più. Per loro, ultimi tra gli ultimi, sentirsi chiamare così è emozione pura.

Al lavoro - Così è partito il lavoro ma anche la macchina organizzativa dell’amministrazione carceraria per realizzare il loro sogno. “Che stiamo combinando, Lorenzo?” dice Michele, che non trattiene l’entusiasmo. ““Combinando” in positivo, ovviamente” replica Lorenzo, e si intuisce un sorriso dietro la mascherina. Fuori dalla biblioteca c’è l’ora d’aria; qualche detenuto curioso sbircia per vedere cosa sta accadendo: anche la visita di un giornalista in questo luogo fa notizia. Dettagli, forse, ma i dettagli qui sono importanti. Fondamentali.

A partire dallo sfondo giallo che contorna la scritta dell’arazzo: “Con l’aiuto delle suore abbiamo messo 70 gradazioni di giallo diverse: una per ognuno dei circa 70 detenuti di Verbania”. Ogni singola parola della scritta è stata selezionata. “Su suggerimento della direttrice Stefania Mussio abbiamo scritto “Le persone detenute” e non “I detenuti”, perché siamo - dice Lorenzo - prima di tutto persone. La detenzione è uno stato momentaneo”.

Dettagli che non nascondono il diavolo ma l’aspirazione al divino. Un lavoro lungo, certosino, portato avanti con fatica, talvolta sconforto e paura di non farcela. “La tensione pesa” dice Michele. “Qui dentro anche le inezie, i piccoli problemi possono diventare giganteschi” gli fa eco Lorenzo. Serve pazienza, intelligenza. Doti utili anche a intuire i propri sbagli.

Lavorando il tempo scorre più velocemente. Ora che il traguardo è vicino i due vogliono ringraziare chi li ha aiutati: la Polizia penitenziaria, a partire dal comandante La Gala, l’educatrice Franca Facciabene, la direttrice Mussio, la garante e gli altri detenuti. “Ricamiamo anche per loro”. Dalla loro cella Lorenzo e Michele confidano di vedere il Lago Maggiore e il Mottarone. “Un privilegio” dicono. Da lì sognano nuovi orizzonti. Un riscatto, forse una nuova vita al di là del muro. “La visita dal Papa per noi non è un punto di arrivo ma di partenza” dicono. Anzi. Di ripartenza. Perché gli sbagli, spiegano, si pagano, ma bisogna poter riprovare. Magari con l’aiuto di Papa Francesco.