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di Maria Francesca Rivano

La Stampa, 11 marzo 2025

Nella sezione femminile solo pochi corsi, sono il mondo del volontariato e il Soroptimist i sostenitori più attivi. Sono una realtà per molti versi invisibile. Scontano la pena per i reati commessi, cercando di ricostruirsi una vita. E sebbene tra il carcere e la città di Vercelli si stiano costruendo spazi di incontro sempre più significativi, il mondo femminile è quello che arranca maggiormente. Minoranza nella minoranza, le donne detenute in città sono un piccolo gruppo eterogeneo per provenienza, età e retroterra culturale. Anche per questo, risulta più complesso offrire loro opportunità di formazione e recupero.

Secondo i dati diffusi dall’Osservatorio Antigone dopo la visita del maggio 2024, nessuna delle 24 detenute all’epoca presenti era coinvolta in corsi di formazione professionale né in esperienze con datori di lavoro esterni. Dodici di loro, però, erano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, impiegate in attività di spesa, cucina e altro. A farsi carico delle esperienze formative più significative è il mondo del volontariato attraverso il Tavolo Carcere e, attualmente, il Soroptimist Club Vercelli, che concentra sulla sezione femminile di Billiemme i progetti del quadrante costituito con Biella, Novara e Verbania. Sono nati così i corsi di sartoria e l’“Oasi delle Api” mentre, poche settimane fa, alle detenute è stato dedicato uno degli incontri con l’autore, organizzato con la Biblioteca Civica. Progetti che si muovono nella direzione di una maggior attenzione verso le detenute, per le quali la fatica di reinserirsi è spesso doppia. Proprio ieri è partito anche il corso di gelateria artigianale, un progetto nazionale di Soroptimist che tocca più realtà.

Viaggiano invece su binari consolidati i programmi che coinvolgono la sezione maschile che, a fine febbraio, contava 301 detenuti. Affidati a una squadra di detenuti inseriti nella “Manutenzione ordinaria fabbricati” sono in via di ultimazione i lavori di riqualificazione di un’intera sezione. Una sfida vinta, come pure l’allestimento di due corsi di “tecniche di cucina” nei quali si lavora in “brigata”. “Diamo un senso alle giornate imparando un mestiere nuovo”, dicono alcuni dei corsisti, indaffarati tra mestoli, pentole e piatti da comporre.

Il “dietro le quinte” della prima cena in carcere aperta alla cittadinanza offre la stessa concitata agitazione che si respirerebbe nella cucina di un ristorante. Fida, Winer, David, Damiano, Hassan, Sidoli, Xhendi, Emanuele, Christian, Alì, Luca, Yossine, Emanuele, Luigi e Otman detto Ciccio sono i protagonisti della serata: nessuno di loro ha mai lavorato stabilmente nella ristorazione, ma non si direbbe vista la perizia con la quale compongono ventagli di tonno e pasta fillo, servono il risotto agli scampi o rabboccano i bicchieri.

A coordinarli, con piglio deciso e consigli preziosi, ci sono Flora Buonocore e Marco Cappello della Casa di Carità Arti e Mestieri di Santhià, con Marta Ferraro, responsabile del corso, ad accogliere una quarantina di commensali nella sala della cucina didattica. “Flora ci insegna a lavorare insieme, concentrandoci sul risultato: per noi questa serata è stata importante”, dirà a fine serata il portavoce del gruppo. Molti sono giovani, qualcuno sta contando i giorni che lo separano dal ritorno alla vita quotidiana; altri pensano a cosa li attenda a fine detenzione: compagne, figli, un lavoro che, forse, non ci sarà più. Intanto restano concentrati per superare qualche imprevisto e portare a termine il servizio: “È la prima volta che cuciniamo per un numero così elevato di persone” spiegano, ricordando i pranzi di Natale e quello con i magistrati. Un battesimo del fuoco superato a pieni voti, con professionalità, intraprendenza e spirito di collaborazione. Il 20 marzo si replica: e anche questa volta la “cena in carcere” va verso il tutto esaurito.