di Francesca Rivano
La Stampa, 26 settembre 2024
Oggi pomeriggio verrà premiato in Consiglio comunale a Vercelli per la sua opera. La prima volta in cui ha messo piede in carcere i detenuti stavano nelle vecchie e malconce celle del “Beato Amedeo”, nel castello dove ha sede il Tribunale. Era il 1974: l’Italia viveva gli anni di piombo e le bande della vecchia mala gestivano traffici illeciti e criminalità. A 50 anni di distanza, Giulio Pretti resta uno dei volontari più tenacemente legati al servizio con i detenuti, sospeso solo durante la pandemia: oggi (giovedì 26 settembre) , alle 14, 45, in apertura di Consiglio comunale, saranno le autorità cittadine a ringraziarlo per l’impegno dedicato a un volontariato poco comprensibile per la maggior parte delle persone. Perché, visto da fuori, il carcere è il luogo dove finisce chi ha commesso reati talvolta orrendi; visto da dentro, invece, è un microcosmo fatto di mille sfumature, in cui si intrecciano storie, errori ma anche speranze.
“Trovarsi privati della libertà è la cosa peggiore che possa capitare - dice Pretti -: disorienta le persone, talvolta le incattivisce. In 50 anni ho visto tanti reclusi schiacciati dalla prospettiva di restare in un ambiente che non riuscivano ad affrontare e, personalmente, non ho mai voluto sapere che reati avessero commesso, perché il mio compito di volontario non è giudicare, ma sostenere i detenuti dal punto di vista pratico e morale”.
L’incontro con il mondo dietro le sbarre, per Pretti, era avvenuto quasi per caso: volontario della San Vincenzo, aveva raccolto la richiesta di un colloquio da parte di un giovane che doveva scontare alcuni mesi dopo aver sottovalutato le conseguenze di una denuncia. “In quegli anni esisteva un Patronato di aiuto al carcere e l’arcivescovo Albino Mensa mi propose di farne parte - ricorda -. Nel 1975, dopo l’emanazione dei regolamenti attuativi della riforma carceraria, venne istituita la figura dell’assistente volontario. Così feci un corso del Ministero e ottenni un patentino che mi permetteva di accedere a tutti i penitenziari”.
Vercelli, Casale, Alessandria, “Le Nuove” di Torino, le case mandamentali di Trino e Varallo, dove erano detenute le persone che avevano commesso reati lievi: “La mia idea era portare lo spirito vincenziano in quei luoghi difficili - spiega -. Poi mi sono trovato a declinare i principi spirituali in un servizio molto pratico. Portare un pacchetto di sigarette o la biancheria a chi non aveva nessuno; acquistare un francobollo per chi voleva scrivere alla famiglia; ascoltare sfoghi e problemi; dare un aiuto a quanti, a fine pena, non avevano un posto dove andare”.
Il tutto in un contesto strutturale che presentava grandi criticità: “Quando iniziai - racconta - oltre a me entravano nel vecchio carcere solo monsignor Pietro Varese, che collaborava con il cappellano, e il maestro Giorgio Aceto, che teneva le lezioni per chi voleva ottenere la licenza elementare”. Oggi la rete di persone che ruota attorno ai detenuti è molto più ampia: “Devo ringraziare i direttori, gli agenti, gli operatori dell’area educativa, i volontari per l’impegno che mettono nel loro lavoro - aggiunge -. Operano in situazioni difficili, devono stemperare tante tensioni. E, in questo senso, anche il mio aiuto è utile: a volte persino rinnovare un documento scaduto aiuta il detenuto a essere più sereno”. Negli anni, Pretti si è anche occupato dei documenti per la celebrazione di matrimoni: due solo nell’ultimo mese.
Con molte persone conosciute in carcere Pretti ha mantenuto un rapporto anche a distanza di anni: “Qualcuno mi ha chiesto di fargli da testimone di nozze o da padrino dei figli - dice, sorridendo -. Nel 2020, quando ho contratto il Covid, ho ricevuto decine di messaggi commoventi da detenuti, ex detenuti e loro parenti. Preghiere e solidarietà che mi hanno aiutato a superare la malattia e tre mesi di ospedale. Ho ricevuto tanto da persone che hanno problemi enormi ed è per questo che, nonostante le difficoltà, voglio portare avanti il mio servizio: nella vita non ci si salva da soli e anche il carcere serve solamente se fuori c’è una famiglia o qualcuno che ti dà un motivo per raddrizzare la tua vita”.










