di Andrea Borasio
vercellinotizie.it, 3 agosto 2021
Un progetto della Comunità di Sant'Egidio. Lunedì 26 luglio nella Casa Circondariale di Vercelli si è svolta la cerimonia di consegna a 31 detenuti degli attestati dei "Laboratori di Pace", lezioni di educazione alla pace promosse dalla Comunità di Sant'Egidio.
Nonostante le limitazioni imposte dalla pandemia, è stato infatti possibile effettuare alcuni incontri in presenza fra ottobre 2020 e luglio 2021, rispettando sempre le norme di distanziamento e utilizzando tutte le misure di prevenzione necessarie. Così, molti detenuti hanno potuto confrontarsi con diverse tematiche relative alla guerra, alla violenza e al terrorismo nel nostro mondo contemporaneo, ne hanno discusso insieme e hanno espresso il loro sincero desiderio di pace, un bene necessario a tutti "come l'aria che si respira".
Oltre a Paolo Lizzi, operatore volontario della Comunità in carcere e referente del progetto, erano presenti la Direttrice della Casa Circondariale, dott.ssa Giordano, l'Ispettrice della Polizia Penitenziaria, dott.ssa Gambino, la responsabile dell'Area Educativa-trattamentale, dott.ssa Climaco.
La Direttrice ha sottolineato il profondo valore formativo ed educativo dell'iniziativa e ha invitato i detenuti che hanno frequentato il corso ad essere a loro volta "artigiani di pace "con i loro compagni e anche in futuro, quando otterranno la libertà: "È un riconoscimento che vi viene dato per la vostra presenza e partecipazione attiva al corso: ora è necessario proseguire l'impegno personale per la pace e il dialogo nella vita di tutti i giorni".
La dott.ssa Climaco ha raccontato di aver partecipato personalmente, in alcuni momenti, ai Laboratori di pace, constatando la loro capacità di "rasserenare e rigenerare gli animi". Tutti i presenti hanno auspicato che nei prossimi mesi si possa continuare con maggiore regolarità ed ampliare questa iniziativa, così come tutte le attività di socializzazione e di formazione culturale che sono state forzatamente ridotte in quest'ultimo anno all'interno delle mura carcerarie, a causa della pandemia.
Durante il corso, si è parlato di pace sotto diversi aspetti. Si sono descritti anzitutto gli effetti rovinosi che le guerre hanno sui popoli, ad esempio la fuga disperata di milioni di persone che si riversano nei campi profughi. I detenuti hanno ascoltato la testimonianza di un volontario di Sant'Egidio: il suo incontro, l'estate scorsa, con migliaia di profughi che provengono soprattutto da teatri di guerra come la Siria e l'Afghanistan, e ora vivono in condizioni terribili sull'isola di Lesbo, in Grecia, con il sogno di una vita migliore sulla terraferma.
Ci si è chiesti, allora, che cosa significa costruire la pace oggi e rendere questo mondo più umano e abitabile. Si è parlato, a questo proposito, del ruolo importante che devono avere le religioni: tutte, infatti, hanno inscritto nel loro DNA un profondo messaggio di pace. Una delle lezioni del corso si è incentrata sulle immagini dello storico incontro delle religioni mondiali per la pace, voluto da Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986 e poi ripreso e ravvivato ogni anno dalla Comunità di Sant'Egidio in diverse città d'Europa: le religioni, cioè, come strumento di dialogo e di pace, e non come benzina sul fuoco della guerra (come spesso è avvenuto in passato)
Ma la pace non è solo assenza di guerra, è qualcosa di più profondo che si costruisce giorno per giorno, nella vita quotidiana, nei rapporti tra le persone. È legata al nostro cambiamento personale, non dipende solo dalle decisioni dei "grandi" e dei potenti della terra. Diceva san Serafino di Sarov. un santo della tradizione ortodossa russa: "Acquista la pace dentro di te e migliaia si salveranno intorno a te".
Alcuni detenuti hanno ammesso che non è facile vivere con un cuore pacificato perché prevalgono spesso sentimenti di inimicizia, di rancore, di vendetta, di odio. Ma questi sentimenti non aiutano né a crescere, né ad essere migliori. Nelson Mandela, una figura straordinaria a cui è stato dedicato uno degli incontri più apprezzati, diceva: "Provare risentimento è come bere veleno ogni giorno sperando che ciò uccida il nemico"
Perciò, la strada migliore è sempre quella della parola, del dialogo, della riconciliazione con gli altri È una strada a volte difficile da percorrere, perché richiede pazienza, costanza, autocontrollo, fiducia nel prossimo, ma è quella che avvicina, più di ogni altra, alla convivenza pacifica tra genti di età, lingue e tradizioni diverse. A detta degli stessi partecipanti, il corso ha aiutato ad allargare lo sguardo oltre se stessi e a comprendere meglio il grande bisogno di pace che c'è nel mondo e nelle nostre città.
Si è compreso meglio che ognuno può fare molto per aggiungere il proprio mattone al grande edificio della pace: attraverso la preghiera, per chi è credente, attraverso la cultura e la corretta informazione su ciò che accade vicino e lontano da noi. Ma anche attraverso tanti piccoli gesti quotidiani di solidarietà, di umanità, di dialogo che sono alla portata di tutti. Insomma, anche in un mondo "chiuso" come quello del carcere, è possibile mettersi al servizio della pace: anche così si comincia a pregustare il sapore della libertà.











