di Massimo Adinolfi
La Repubblica, 13 gennaio 2025
Si chiede giustizia, rispetto delle regole, accertamento rigoroso delle responsabilità. Lo si può fare a gran voce, mobilitando l’opinione pubblica. Non lo si può fare con la violenza, l’antisemitismo. Che altro pensare, se non che la morte di Ramy Elgaml non può giustificare in alcun modo gli scontri che hanno avuto luogo a Roma o a Bologna? Ramy è morto al termine di un inseguimento per le strade di Milano su cui sono in corso indagini. Un video è stato acquisito e getta ombre sulla condotta delle forze dell’ordine la notte tra il 23 e il 24 novembre scorso. Tocca all’autorità giudiziaria fare chiarezza; tocca all’opinione pubblica tenere alta l’attenzione su un caso che non può finire nel silenzio. Un conto, però, è pretendere giustizia, un altro è dare l’assalto alla polizia o a una sede della comunità ebraica.
Fare verità significa anzitutto non minimizzare l’accaduto. È presto, naturalmente, per considerare accertate le responsabilità, ma c’è un comportamento dei carabinieri che solleva giustamente interrogativi. È inquietante vedere in qual modo la loro auto si sia lanciata all’inseguimento.
L’ex capo della Polizia, Franco Gabrielli, ha osservato che va sempre rispettato il principio della proporzionalità delle azioni. Tanto più che le immagini avrebbero comunque consentito di prendere la targa e risalire perlomeno al proprietario della moto. In ogni caso, nessun inseguimento può essere condotto a qualunque costo: “Se il tema è fermare una persona che sta scappando, non posso metterla in una condizione di pericolo: questo è un elementare principio di civiltà giuridica”.
Ora, poiché viviamo in una fase storica in cui i principi elementari di civiltà giuridica non possiamo considerare che siano del tutto al sicuro, che non prevalgano invece la volontà di punire, l’ansia di vendicare e di farla pagare, e certe torsioni securitarie che sono dei comportamenti prima ancora che delle leggi, è bene essere vigili. Se il timore è che venga tutto insabbiato, allora è giusto alzare la voce. Ma di nuovo: un conto è alzare la voce, un altro è lasciarsi andare a violenze senza senso.
Allo stato, c’è un carabiniere indagato per omicidio stradale, in attesa che si completino le perizie sulla dinamica dell’incidente. Va chiarito anche il valore della testimonianza della persona che ha assistito alla scena e a cui i carabinieri avrebbero intimato di cancellare il video girato quella notte. Se così fosse, sarebbe grave. Ma tocca alla magistratura stabilirlo. E quanto più si tiene a che le responsabilità siano accertate da un pronunciamento della magistratura, tanto più è necessario che il caso non venga politicizzato.
Se poi in questione fossero le possibilità di integrazione dei migranti (ma Ramy non lo era) o le condizioni di vita nelle periferie o certi modi spicci delle forze dell’ordine oppure le speranze di futuro di due ragazzi che scappano a un posto di blocco perché privi della patente di guida, il modo migliore per porre uno qualunque di questi temi non è incendiare cassonetti o infrangere vetrine.
Ci siano strategie e disegni, o si tratti semplicemente di scoppi ribellistici di violenza, si ha l’impressione che un atteggiamento legalitario torni a essere considerato da certe frange estremiste come un modo di anestetizzare il conflitto, di mettere la sordina a istanze di lotta politica e sociale a cui si vuol invece dar fuoco. Ma bisogna sapere che, in primo luogo, con tutto questo Ramy c’entra meno di niente, e dunque non lo si può fare in suo nome. Farlo in suo nome significa usarlo, ed è quello che la famiglia per prima chiede di non fare.
In secondo luogo, bisogna sapere pure che nella storia di questo Paese alzare la tensione non è mai stato di aiuto alla democrazia, e ha contribuito semmai a metterla in pericolo. Non siamo per fortuna a questo punto (credo), ma anche la costruzione dell’agenda e le parole all’ordine del giorno hanno la loro importanza. Chi scende in piazza sappia allora che deve scendere in una piazza democratica, una piazza da cui la democrazia e il diritto escano rafforzati, non sviliti.
Per Ramy si chiede giustizia, il rispetto delle regole, l’accertamento rigoroso delle responsabilità, la chiarezza su tutti gli elementi già venuti a galla: nulla di più ma anche nulla meno di questo. Lo si può fare a gran voce, a testa alta, raccogliendo e ricevendo solidarietà, mobilitando l’opinione pubblica. Non lo si può fare con l’isteria, la violenza, l’antisemitismo. Proprio no.










