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di Laura Tedesco

Corriere del Veneto, 12 dicembre 2023

Nel carcere scaligero situazione “gravissima” a causa del sovraffollamento. Il terzo suicidio nel giro di un mese è quello di un detenuto magrebino che era arrivato a un passo dalla libertà. La famiglia si chiede “Perché proprio ora che mancavano meno di tre mesi, a noi aveva detto che non vedeva l’ora di uscire e rifarsi una vita”. Il carcere di Montorio, che oggi tra gli altri ospita Benno Neumar e Filippo Turetta, è diventato un caso. Secondo Ilaria Cucchi è “Un simbolo di ingiustizia” e ora si muove anche la politica.

Terzo suicidio, venerdì, nel carcere di Verona, in soli ventotto giorni. Un trentenne di origine marocchine, Oussama Hatim, si è tolto la vita in cella di isolamento. E ora la famiglia chiede di sapere cosa è successo, perché Oussama, dopo tre anni, a breve sarebbe tornato libero. “Una settimana prima della tragedia mio fratello era felice, stava contando i giorni all’imminente scarcerazione. Era pieno di progetti”, racconta Hatim Sadek, fratello di Oussama che di recente era stato visitato da uno psichiatra. “Nessuno si ucciderebbe sapendo che tra novanta giorni sarebbe tornato in libertà, men che meno mio fratello”, scuote la testa Hatim in videochiamata dal Marocco. “Oussama mi ha telefonato il 30 novembre. Era il mio compleanno, mi ha fatto gli auguri e promesso un regalo una volta libero. Era così entusiasta - lo descrive Hatim -, in carcere stava lavorando e diceva di non vedere l’ora di uscire e rifarsi una vita, trovare un impiego onesto e rendere finalmente felice nostra madre dopo il dolore che le aveva provocato con l’arresto”.

Troppe cose, nell’improvvisa morte di Oussama, non convincono la famiglia. Neppure la cugina Nezha, che da anni vive e lavora a Cuneo, si rassegna all’idea del gesto volontario: “Nulla di quello che è successo negli ultimi giorni di vita di mio cugino mi sembra chiaro. Tra tre mesi lo avrebbero scarcerato e lui era impaziente di rifarsi una vita, io ero pronta a dargli una mano e accoglierlo in casa, non aveva alcuna ragione per ammazzarsi. Per questo chiediamo chiarezza e verità, non vogliamo che la sua morte venga subito archiviata e passata sotto silenzio, troppe cose non tornano. Ci dicono che avesse problemi psichiatrici, ma allora perché non gli è data assistenza specifica? Se venerdì ha avuto una crisi e gridava di volersi ammazzare, perché è stato messo in cella d’isolamento anziché sorvegliarlo?”. Sua madre, poi, lo aspettava in Marocco: “Rivederlo era il suo sogno. Erano oltre sette anni, da quando lui era partito per cercare fortuna in Italia, che nostra mamma lo sentiva solo al telefono - si commuove Hatim -. È stato tremendo dirle che ora tornerà da noi in Marocco ma dentro una bara”.

La storia di Oussama, purtroppo, rispecchia quella di tanti immigrati: arrivano in Italia e finiscono in tunnel sbagliati. Lo spaccio, l’arresto: il senso di vergogna, il non voler deludere la famiglia, tutti i sogni, improvvisamente, erano stati rinchiusi insieme a lui in una cella del carcere di Montorio. Un peso a cui in un primo tempo Oussama aveva faticato a reagire: tre anni fa, all’inizio della sua detenzione, pare avesse già tentato di attuare gesti autolesionistici. “Poi però si era ripreso, sembrava aver trovato una sua stabilità. A noi - ribadiscono il fratello e la cugina - troppe cose non convincono. Gli è forse stato detto o fatto qualcosa di brutto? Non aveva motivo di uccidersi, vogliamo un perché”. Per il rimpatrio della salma in Marocco serviranno tempo e soldi: il direttivo dell’associazione Sbarre di Zucchero si è mobilitato: “Non lasceremo sola la famiglia”.

A fronte dell’ennesima tragedia in una delle carceri più sovraffollate del Veneto (più 153% di detenuti, secondo solo a Treviso con più 154%) e, di recente, finito sotto i riflettori per la detenzione di Filippo Turetta, reo confesso dell’omicidio della ex Giulia Cecchettin, anche la politica chiede chiarimenti. “Il carcere di Verona diventerà un simbolo di ingiustizia”, dice la senatrice Pd Ilaria Cucchi, sorella di Stefano ucciso nel 2009 a Roma in regime di custodia cautelare. “Le strutture penitenziarie sono in condizioni disastrose - dice Cucchi -. Qualche mese fa il Corriere parlava delle carceri venete come di polveriere pronte a esplodere. E non è l’unica regione, anzi. Il governo non ha soluzioni al crescente malessere e disagio sociale, alla povertà, alle dipendenze. Montorio diventerà un simbolo di ingiustizia, perché la cella sarà la triste dimora di tutte le persone a cui la politica continua a vendere, contro ogni decenza, dei castelli di falsità”. Sovraffollamento e disagio sono un problema in tutte le carceri: da inizio anno sono 66 i suicidi in Italia.

“Alla luce del terzo suicidio in 28 giorni a Montorio, abbiamo deciso di interpellare il deputato Flavio Tosi - dice Sbarre di zucchero - in merito alla situazione di detenuti tossicodipendenti e affetti da disagio psichico”. La Camera penale di Verona è pronta ad azioni forti: “È giunto il momento di alzare la voce e gridare “basta”: siamo pronti anche a deliberare lo stato di agitazione e proclamare l’astensione dall’attività di udienza”. Dove oltre Turetta, sono detenuti Benno Neumair, condannato all’ergastolo per l’assassinio dei genitori, e l’ex guardia giurata Massimo Zen.