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di Beatrice Branca

Corriere di Verona, 5 aprile 2026

Parla il compagno di cella. La giudice revoca la misura cautelare. Aveva raccontato di essere stato violentato nel bagno della sua cella da quattro detenuti, ma in realtà le cose sarebbero andate diversamente. A rivelarlo è un super testimone, ovvero il compagno di cella di un 46enne indiano che la scorsa estate aveva denunciato quei presunti aggressori per stupro. “La storia della violenza sessuale è stata inventata - ha riferito il super testimone davanti alla giudice Livia Magri. Se avessi assistito a fatti del genere sarei intervenuto, anche se si trattava del mio peggior nemico.

I tagli riscontrati dal medico se li è inferti lui stesso con una lametta”. Una versione dei fatti che ha spinto la giudice a revocare per i quattro - difesi dagli avvocati Simone Giuseppe Bergamini, Tommaso Imperadore, Cristiano Pippa e Luca Bertoldi la misura cautelare della custodia in carcere.

In particolare, il super testimone ha confermato di aver visto gli indagati entrare nella loro cella. “I quattro gli avevano dato dei soldi per avere in cambio un cellulare che in realtà era già stato consegnato a me, dopo che mia moglie aveva fatto un bonifico al fratello - ha spiegato -. È partita così una discussione e uno degli indagati ha tirato due schiaffi senza lasciare dei segni”. Il 46enne avrebbe poi tentato di rifugiarsi nel bagno per scappare dai suoi aggressori. La porta è rimasta socchiusa e la lite sarebbe proseguita con toni accesi.

Le dichiarazioni rese da quel super testimone sono però risultate ben diverse da quelle riportate in sede di denuncia, dove l’uomo aveva invece confermato il racconto del 46enne. “Avevo bisogno di riavere indietro il cellulare che mi era stato procurato - si è giustificato -. Il mio compagno di cella mi aveva inoltre promesso di darmi una parte dei guadagni in caso di risarcimento per la violenza sessuale”. Per il teste, il 46enne si sarebbe inventato la storia dello stupro per essere spostato di sezione, sfuggendo così ai suoi creditori. L’uomo ha inoltre riferito che il suo compagno di stanza era noto in carcare per la gestione di un traffico di telefonini e stupefacenti e che non sempre consegnava la merce promessa, motivo per cui poi “adottava escamotage per farsi spostare di sezione”.

Il 46enne aveva invece raccontato in lacrime alle forze dell’ordine di essere stato afferrato per il collo e trascinato nel bagno. La porta sarebbe poi stata chiusa e i suoi aggressori l’avrebbero tenuto a terra e picchiato con calci e pugni su tutto il corpo. Poi il gruppetto gli avrebbe tolto tutti gli indumenti, obbligandolo a fare delle flessioni a terra, deridendolo. Due di loro gli avrebbero in seguito tenuto le gambe e la testa bloccata, minacciandolo con una lama di 14 centimetri per non farlo urlare e attirare l’attenzione. A quel punto un altro avrebbe iniziato a stuprarlo, mentre i suoi complici ridevano e lo incitavano.

Dopo quell’episodio il 46enne era andato in infermeria per farsi medicare e chiedere aiuto. Era poi stato spostato di cella per ragioni di sicurezza e il sostituto procuratore Silvia Facciotti aveva aperto un fascicolo di indagine per tortura, lesioni e violenza sessuale di gruppo. Il giudice per le indagini preliminari aveva applicato la misura di custodia cautelare anche per quel procedimento e i quattro detenuti erano poi stati spostati e messi in isolamento in altre strutture detentive a Belluno, Gorizia, Padova e Trento, pur avendo alcuni di loro un contratto di lavoro sul territorio scaligero. Ora solo uno degli indagati è di nuovo libero, mentre gli altri continueranno comunque a essere detenuti almeno per il momento, anche se per altra causa, lontani da Verona.