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di Damiano Aliprandi

 

Il Garantista, 12 aprile 2015

 

Sotto accusa il sovraffollamento, ma per la direttrice non c'è nessun problema. Polemica sulle "celle aperte". È di tredici persone intossicate il bilancio di un incendio sviluppatosi in una cella della casa circondariale di Montorio, a Verona. Gli intossicati sono undici agenti di Polizia penitenziaria in servizio nel carcere e due detenuti.

Le fiamme hanno distrutto un materasso e si sono poi estese a un armadietto. L'incendio è stato domato grazie all'intervento dei vigili del fuoco. Non è stato un fulmine a ciel sereno la rivolta. Nel carcere si sono susseguiti oltre una trentina di tentativi di suicidio sventati dagli agenti, 181 risse, 44 ferimenti.

L'episodio della cella data alle fiamme da due detenuti nordafricani, che ha provocato l'intossicazione di una decina di uomini della polizia penitenziaria, sarebbe solo l'ultimo di una serie di episodi accaduti all'interno del carcere di Montorio. Una situazione esplosiva denunciata con un bilancio relativo al 2014 dal Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, che dopo l'ultima rivolta ha chiesto la rimozione del provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria e della direttrice del carcere di Verona.

A telecamere spente, in un incontro informale con la stampa di rientro da un periodo di ferie, la direttrice del carcere Maria Grazia Bregoli ha però respinto ogni ipotesi di rivolta o di "caso Montorio". In sostanza ha ricordando che i detenuti del carcere "non hanno studiato ad Oxford" e che episodi di intolleranza al rispetto del regole penitenziaria esistono a Verona come in qualsiasi altra struttura. È polemica anche sul sovraffollamento del carcere, capiente il giusto secondo la direzione, sovraffollato secondo il sindacato, dato che il numero di detenuti è calato ma solo perché due sezioni sono al momento chiuse.

Il Sindacato della polizia però coglie nuovamente la palla al balzo per criticare - in chiave nazionale - il provvedimento delle celle aperte. In particolare è il Sappe a chiedere di sospendere l'apertura giornaliera delle celle nelle carceri italiane.

"Ci sono aggressioni agli agenti ogni giorno, in un anno di sperimentazione sono aumentate del 100%", aveva afferma il segretario generale del sindacato, Donato Capece. "Sono aumentati i soprusi tra detenuti, aumentano le risse e i casi di violenze, sequestriamo ogni giorno materiale che arriva in carcere. La situazione è ingestibile: è arrivato il momento di dire basta", aveva dichiarato sempre Capece.

Il progetto che prevede questo nuovo modello di carcere si chiama "vigilanza dinamica": prevede la libera circolazione nelle sezioni e l'apertura delle celle per otto ore al giorno, con gli agenti che non devono più restare di guardia ad ogni singola cella ma a zone di passaggio dei detenuti. Questo modello è già prassi nelle carceri europee: "Sono assolutamente contrario a che si torni indietro alla marcatura a uomo del detenuto: è deresponsabilizzante - ha commentato il presidente dell'associazione Antigone Patrizio Gonnella. Non è un progetto che l'Italia s'inventa perché è un Paese particolarmente avanzato. Anzi, ci stiamo adeguando alle regole europee perché il nostro modello è retrogrado".

Su un punto Sappe e Antigone hanno però avuto delle convergenze: l'apertura delle celle, di per sé, non basta. "Se i detenuti stanno a oziare, il progetto è fallimentare", ha affermato Capece. "Bisogna riempire la vita dei detenuti di attività che siano utili per la loro formazione. Solo in questo modo si rende il carcere un luogo che assomiglia alla vita normale", ha aggiunto Gonnella. Uno dei problemi è legato ai fondi: la Commissione Smuraglia, che finanzia i progetti in carcere, il 30 dicembre 2014 ha subito un taglio del 34%.

"Più in generale è necessario che sul tema del lavoro e delle attività in carcere ci sia una forte regia del ministero della Giustizia", continua però a sostenere Gonnella. Sul modo di condurle, le posizioni però sono tornate a divergere. Per Capece "devono essere chiuse le sezioni, le attività devono essere svolte all'esterno" e ci devono essere "meccanismi di premialità" che regolino la possibilità per i detenuti di uscire dalla cella.

"Premialità che significa?", si è chiesto Gonnella. "Se un detenuto ha maggiore libertà e aggredisce qualcuno avrà sicuramente sanzioni, in ogni caso". Secondo Gonnella "non può essere trasformato in beneficio da meritare, ciò che è un diritto", come la possibilità di stare fuori dalla cella. In più, per Gonnella, sul medio lungo periodo "la vigilanza dinamica darà anche più soddisfazioni agli agenti di Polizia penitenziaria che non vedranno il loro lavoro ridursi ad aprire e chiudere le celle".

Le esperienze di carceri come Bollate, dove le celle restano aperte già da anni, insegnano poi che il tasso delle aggressioni si riduce con il tempo. Ma basta una rivolta scatenata per motivi legati alla situazione di degrado nelle carceri, per dire che la colpa è delle celle aperte.