di Federico Malavasi
Il Resto del Carlino, 19 marzo 2026
“Un detenuto rimane una persona”. Sulla morte la procura ha aperto un’inchiesta. Il figlio di rivolge all’avvocato Anselmo: “Un vuoto che pesa”. Muore soffocato da un boccone di carne mentre sta cenando all’Arginone, ma la famiglia viene informata soltanto tre giorni più tardi. A segnalarlo è Gaetano Ferrigno, figlio di Arcangelo, il 54enne deceduto in carcere la sera del 14 marzo. Una circostanza che il giovane ha comunicato all’avvocato Fabio Anselmo (al quale ha chiesto assistenza legale) e alla senatrice di Avs Ilaria Cucchi, spiegando di aver chiesto chiarimenti al carcere (prima telefonicamente, poi via mail) ma senza risultati.
Sulla morte del 54enne, la procura ha aperto un’inchiesta esplorativa (attualmente contro ignoti) e ha disposto l’autopsia. Gli accertamenti inizieranno martedì, prima con una tac total body e poi con l’autopsia vera e propria (Anselmo nominerà come consulente il professo Adriano Tagliabracci di Ancona). Il legale parla della tragica vicenda anche sui social, pubblicando la lettera di Gaetano Ferrigno.
Questa, spiega, “è la voce diretta di un figlio che chiede allo Stato conto di una morte avvenuta sotto la sua custodia. Un uomo muore il 14 marzo in carcere. La famiglia lo scopre tre giorni dopo. Senza spiegazioni, senza urgenza, senza rispetto. Tre giorni non sono un dettaglio, sono un vuoto che pesa più delle parole” Si parla “di un boccone andato di traverso.
Ma qui non è solo questione di causa, è questione di trattamento perché una persona detenuta resta una persona, con diritti che non possono essere sospesi insieme alla libertà”. Quella lettera, conclude, “racconta di uno Stato che si muove con velocità diverse, attento quando deve difendere sé stesso, lento quando deve rendere conto a chi non ha strumenti o visibilità”.











