di Alessandro De Pietro
L’Arena, 22 maggio 2026
Nell’azienda di macchine agricole. La direttrice del carcere Bregoli: “Quando a una persona si dà fiducia, mi riferisco ad una persona detenuta, è molto raro che non l’apprezzi e non ne faccia tesoro”. Trasformare una necessità in opportunità. Per tutti. Una delle grandi regole dell’imprenditoria, applicata alla lettera da Alessandra e Filippo Berti. Assumendo sei lavoratori detenuti nel carcere di Montorio. Chi alla preparazione del materiale, chi alla verniciatura, chi al montaggio. Berti Macchine Agricole, sede a Caldiero, esporta oggi in 60 Paesi, ha 110 dipendenti e una connessione fortissima col territorio.
“A noi interessava soprattutto gente che avesse voglia di lavorare. Convinto che in ogni persona ci sia del buono. E che sia corretto dare a tutti una seconda possibilità”, la base di Filippo Berti, anche presidente del Caldiero calcio, da sempre impegnato nel sociale. “Una bellissima esperienza”, l’istantanea di Berti, “bello anche come tutti siano stati accettati dai colleghi. Uno di loro, da sempre uno dei più “ostici”, in una riunione indicando uno dei detenuti ad un certo punto ha detto che avremmo potuto fare a meno di tutti tranne che di lui. Tutti si sono fatti voler bene fin dal primo giorno, animati pure da tanta voglia di imparare”.
Ogni tassello è andato ben presto al proprio posto. “Quando ad una persona si dà fiducia, mi riferisco ad una persona detenuta, è molto raro”, racconta Mariagrazia Bregoli, direttrice del carcere di Montorio, “che non l’apprezzi e non ne faccia tesoro. Proprio perché serve ad innalzare il livello di autostima, sentendosi prima di tutto cittadini attivi. Non diversi, ma uguali agli altri. Che lavorano, che producono, che si inseriscono nella società e soprattutto che mantengono le proprie famiglie. Io vedo gli stipendi. Molto buoni, assolutamente identici a quelli di qualsiasi altro lavoratore. Una volta tuttavia il responsabile di una cooperativa veneta, non veronese, mi rispose che ai detenuti sarebbe bastato dargli i soldi per le sigarette piuttosto che garantirgli i diritti di un normale lavoratore come avevo premesso io. Un approccio davvero intollerabile che chiuse definitivamente ogni possibilità di collaborazione”.
A favore degli imprenditori anche una convenzione per gli sgravi fiscali, riconosciuti dalla Legge Smuraglia del 2000, per le aziende che assumono detenuti. “In carcere”, prosegue Bregoli, “ce ne sono quasi seicento e tanti hanno voglia di lavorare con impegno, di riscattarsi, di riprendere in mano la propria vita. Gli imprenditori, non solamente Berti, hanno colto il messaggio con un gesto anche coraggioso, abbattendo i pregiudizi senza mai neanche alzarli. Un interesse autentico, serio e rispettoso della persona. Dei lavoratori, per loro. Restituendo la dignità che probabilmente la detenzione toglie, anche se non dovrebbe essere così. Il lavoro è il riconoscimento della propria identità. Personale e sociale. Prima che i detenuti venissero assunti siamo andati nella sede di Berti, incontrando anche alcuni collaboratori. Volevamo assicurare che avremmo condiviso eventuali problemi, oltre che toccare con mano la serietà dell’azienda peraltro ampiamente dimostrata quando ci siamo visti anche in carcere. Dandoci reciproca fiducia”
L’accordo è stato il perfetto punto d’incontro fra urgenze e desideri. “In un contesto economico complesso e segnato da difficoltà nelle assunzioni Filippo Berti”, sottolinea Filippo Girardi, vicepresidente con delega alla valorizzazione del capitale umano e relazioni industriali di Confindustria Verona, “ha saputo distinguersi per visione e creatività, individuando una soluzione concreta e innovativa”. “Una risposta efficace al bisogno di personale”, aggiunge, “ma anche un esempio tangibile di responsabilità sociale. In un momento in cui il mercato del lavoro richiede coraggio e capacità di adattamento, azioni come questa dimostrano come sia possibile coniugare sviluppo economico, inclusione e valore umano”.











