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di Laura Perina

L’Arena di Verona, 21 novembre 2025

Sono una sessantina, cioè il 10 per cento dei carcerati. Sono in cella mescolati agli adulti. Don Vinco: “Qui peggiorano invece di migliorare”. Sono 5.067, all’inizio del 2025, i giovani tra i 18 e i 25 anni detenuti nelle carceri italiane per adulti, 1.800 in più rispetto al primo semestre del 2023. Un detenuto su otto appartiene a questa fascia di età, con una crescita del 35 per cento. La popolazione reclusa under 25 cresce progressivamente anche nella casa circondariale di Montorio, dove il sovraffollamento cronico spinge al limite le condizioni di detenzione.

A Verona raddoppiati gli under 25 - “Negli ultimi cinque anni, da quando sono il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale”, spiega don Carlo Vinco, “ho visto raddoppiare il numero dei giovani detenuti con meno di 25 anni. Erano 30, 35 al massimo. Oggi costituiscono il dieci per cento della popolazione detenuta”, formata da circa 600 persone, a fronte di 330 posti.

Decreto Caivano - Cos’ha determinato questa situazione? “La crescita è in parte collegata all’aumento del sovraffollamento negli istituti penali per minori, dove il numero dei detenuti è salito in maniera significativa dopo l’entrata in vigore del decreto Caivano. Da 311 nel 2023, i minori reclusi sono diventati 628 quest’anno. L’inasprimento delle pene ha fatto sì che per alcuni reati, per i quali era prevista una misura alternativa alla detenzione, oggi si spalanchino le porte del carcere. E questa stessa situazione si lega anche alla facilità con cui un maggiorenne può essere trasferito da un Ipm a una prigione per adulti, anche prima dei 25 anni”.

A chiarirlo è Monica Cristina Gallo, che è stata per dieci anni, fino allo scorso settembre, la Garante delle persone private della libertà personale del Comune di Torino, uno dei primi in Italia a istituire questa figura. Alla condizione dei giovani detenuti nelle carceri per adulti, e alle problematiche della solitudine e del vuoto esistenziale che questi ragazzi vivono durante la reclusione, Gallo ha dedicato un saggio intitolato “18+1. Diciotto anni e un giorno”, pubblicato da Effatà. L’autrice è arrivata in città per parlarne nel corso di un incontro organizzato al polo Zanotto dell’Università di Verona dal docente di Diritto penale dei minori Ivan Salvadori, in collaborazione con la Rete Stei e l’associazione Prospettiva famiglia. All’appuntamento, rivolto agli studenti delle superiori, hanno partecipato anche l’assessora alla sicurezza Stefania Zivelonghi, il vicepresidente della Camera minorile di Verona Christian Serpelloni e l’ex magistrato Gherardo Colombo.

Repressione e riabilitazione? - Le associazioni, dice Gallo, gli avvocati, i garanti criticano questa tendenza, sostenendo che la giustizia minorile si stia trasformando in una replica di quella per adulti, privilegiando la punizione e la repressione rispetto all’educazione e alla riabilitazione. “Mentre negli istituti minorili c’è sempre un faro acceso sulle condizioni di vita, i giovani che entrano nelle carceri per adulti vengono dimenticati”. Eppure, secondo l’ordinamento penitenziario, dovrebbero avere a disposizione delle sezioni separate negli istituti ordinari. “Ma questo non accade nel carcere torinese dove sono stata Garante per molti anni (la casa circondariale “Lorusso e Cutugno”, ndr) né altrove”, sottolinea Gallo. Il motivo? “L’amministrazione penitenziaria non è pronta e per far fronte a questo fenomeno utilizza pochissima creatività, perché un trattamento uguale per tutti è più comodo da applicare”, osserva.

Più studenti - Tentativi di distribuire le presenze in maniera più razionale possibile vengono fatti, spiega, da parte sua, don Vinco, ma ci si scontra con fattori molto pratici. “Non si trovano spazi e modalità per una distinzione netta. Il rischio concreto è che il carcere diventi una parentesi peggiorativa delle situazioni di questi giovani, esposti a contesti di detenzione più duri e a un minore accesso a opportunità di recupero sociale”, dice. Ma una luce di speranza c’è, rappresentata “dall’aumento significativo di studenti, soprattutto giovani, nelle sezioni carcerarie. Segno di un investimento in percorsi di studio per ricostruirsi un futuro”.