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di Laura Perina

 

Verona Fedele, 28 marzo 2015

 

"Ri-genero" è un parto: si mette al mondo una nuova vita, passando dalla relazione. È una bella immagine per introdurre il progetto realizzato dall'associazione MicroCosmo onlus nella sezione femminile del carcere di Montorio, in occasione dell'Otto Marzo.

MicroCosmo promuove da anni la partecipazione delle donne detenute alle iniziative che riguardano la cultura di genere. Quest'anno ha attivato un laboratorio fotografico con l'artista Giovanna Magri, docente all'Accademia di Brescia, a cui hanno partecipato dieci detenute definitive, che hanno cioè terminato l'iter processuale e stanno scontando la pena. È stato sostenuto dalle organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil, dalla Consulta delle associazioni femminili e dall'assessorato alle Pari opportunità del Comune di Verona.

Durante la serata di condivisione, la responsabile di MicroCosmo Paola Tacchella ha spiegato che "Ri-genero" è stato concepito come un modello narrativo per immagini, dove fotografie e racconto rappresentano una rielaborazione: quella delle esperienze dolorose, a cui si può dare un senso. Durante le testimonianze, nella stanza-laboratorio le luci erano spente e le detenute, raccontandosi, illuminavano con una torcia i loro ritratti; perché ripensando ai momenti di crisi, hanno spiegato, tutte hanno elaborato la stessa immagine: buio. Il dolore, di per sé individuale, è qualcosa che sì impara a condividere e crea una relazione.

"Avevo vent'anni e una figlia di tre settimane. Ho subito una molestia e ho reagito. Ho preso 14 anni. Il periodo a Montorio è uno spazio nel quale prendermi cura di me, una forma di equilibrio", ha raccontato Jana, rumena, che uscirà di prigione fra cinque mesi. "Ho subito maltrattamenti fisici e verbali - ha continuato Sandra. Se ci ripenso mi viene la pelle d'oca. Non vedevo via d'uscita e mi domandavo come avessi fatto a finire in quella situazione. Ma quando ho deciso di prendere in mano la mia via, è bastato un attimo per rimettermi in piedi. È cominciata la mia rinascita, anche se non potrò mai cancellare quel momento".

"Quando è morto mio marito pensavo di non farcela. Avevo sei figli. Loro sono stati la mia forza"; "Sono giovane e questa è la mia prima vera crisi. La mia forza è mia mamma"; "Quando hanno ucciso mio fratello. Ce l'ho fatta per sostenere mia mamma", hanno spiegato altre. La forza della ripresa passa quasi sempre dalla maternità: essere importanti per qualcuno, trovare nella catena generazionale il proprio spazio.

Ecco perché "Ri-genero" è come un parto, dove quel "ri" ha a che fare con qualcosa che già esiste. "La popolazione carceraria è variegata, ma è bassissima la percentuale di chi delinque per arricchimento. Prima di considerare il carcere solo come un covo di delinquenti, dovremmo renderci conto che è Fatta di persone che già alla base hanno avuto meno opportunità", ha sottolineato Paola Tacchella. Il progetto è piaciuto molto alle donne detenute che hanno già chiesto alla direttrice del carcere Maria Grazia Bre-goli di poterlo replicare. Le premesse ci sono tutte, ha assicurato quest'ultima. Nel frattempo, si aspetta il via libera per far uscire la mostra dalla casa circondariale ed esporla in uno spazio cittadino da identificare.