di Angiola Petronio
Corriere di Verona, 13 luglio 2024
Un altro detenuto suicida a Montorio. Si è ammazzato inalando il gas di una delle bombolette che vengono usate per i fornellini da cucina in dotazione nelle celle Fabiano Visentini, 51 anni. Aveva il “fine pena” fra tre anni. Condannato, Visentini, a 14 anni per ver ammazzato dieci anni fa a calci e pugni - a Pietra Ligure nel Savonese - la sua convivente Alba Varisto, di 59 anni. E la sua pena la stava scontando a Verona. Era di Sanguinetto, Fabiano Visentini.
Erano stati cinque, a cavallo tra novembre dello scorso anno e febbraio. L’acqua cheta a fare da “intermezzo” sono stati l’arrivo di Filippo Turetta, le polemiche sulla playstation che in realtà lui non ha mai usato, l’approdo di Chico Forti con le sue dichiarazioni su un carcere dove dice di essere “trattato come un re”. E la visita del Papa, il 18 maggio. È ripiombato nella sua realtà - quella di un sovraffollamento che incuba 600 detenuti contro i 330 che dovrebbe avere, di celle in cui le brande sono a castello, di un’infermeria asfittica di medici, in particolare psichiatri - il carcere di Montorio. Che a quel rosario di cinque suicidi ieri ha aggiunto un sesto grano.
Si è ammazzato inalando il gas di una delle bombolette che vengono usate per i fornellini da cucina in dotazione nelle celle Fabiano Visentini, 51 anni. Aveva il “fine pena” fra tre anni. Condannato, Visentini, a 14 anni per ver ammazzato dieci anni fa a calci e pugni - a Pietra Ligure nel Savonese - la sua convivente Alba Varisto, di 59 anni. E la sua pena la stava scontando a Verona. Era di Sanguinetto, Fabiano Visentini. Ma la sua era la vita di un errabondo, dettata dalla droga. In giro per l’Italia senza fissa dimora, almeno due tentati suicidi alle spalle. Era il luglio del 2007 quando litigò col padre e lo accoltellò al torace. Per l’omicidio della convivente gli era stato riconosciuto il vizio parziale di mente.
Ma Fabiano Visentini era uno convinto di dover scontare quanto gli era stato comminato dai giudici. Tanto che non aveva voluto mai usufruire dei benefici previsti dalla legge. Qualcosa però, nel carcere di Montorio, si è incagliato. E lui che da anni soffriva di varie patologie assolutamente certificate, non riceveva più i farmaci antalgici. Il 27 giugno la sua avvocata Eleonora Matranga aveva inviato una Pec alla Casa circondariale in cui segnalava l’urgenza di quella terapia, chiedendo spiegazioni per la negazione di quei farmaci che prendeva solitamente.
Gliene avevano dati altri, ma lui diceva che non gli facevano niente. L’avvocata con Fabiano si era sentita al telefono l’altro giorno. Lui le aveva detto di aver iniziato uno sciopero della fame per avere quelle medicine che sopivano il dolore che non lo lasciava. Al telefono avevano anche parlato dell’invio di un’istanza da parte dell’avvocata Matranga per ottenere un primo permesso premio. I genitori di Fabiano avevano dato la disponibilità ad accoglierlo a casa, nonostante quella lite finita nel sangue 17 anni fa. Il primo passo verso quel reinserimento che per Fabiano Visentini doveva arrivare, fra 3 anni, all’uscita dal carcere.
“Oggi (ieri per chi legge, ndr) mi ha chiamato un ispettore del carcere per dirmi che Fabiano si era suicidato. Mi ha detto che i genitori li avrei dovuti avvisare io. Ho mandato un’altra pec facendo presente che lui era detenuto da loro e che loro ne avevano la responsabilità e la custodia quindi era loro il compito, con il dovuto tatto, di avvisare sua madre e suo padre”, racconta l’avvocato Matranga. Funziona così, a Montorio. Quel carcere dipinto dalle “belle speranze”, dove in realtà - e nonostante le continue denunce anche della Camera penale veronese si continua a morire. Lo hanno trovato i compagni di cella, Fabiano Visentini. E la sua è la 56esima croce piantata in un carcere italiano per suicidio dall’inizio dell’anno.









