di Luigi Manconi
La Repubblica, 8 giugno 2023
Servono due grandi campagne di formazione interna. La prima è di tipo tecnico. La seconda dovrà essere di natura culturale: una vera e propria educazione costituzionale. Anche in questa circostanza è necessario assumere una posizione rigorosamente garantista. Fatta salva la presunzione di innocenza per arrestati e indagati, e assicurata loro la più ampia capacità di difesa, tuttavia non è possibile ignorare la ruvida materialità di alcuni fatti.
Intercettazioni, testimonianze e inoppugnabile documentazione sembrano dire che, nella questura di Verona, le torture effettivamente ci siano state. E dicono anche che il numero degli agenti coinvolti allude, se non proprio all’esistenza di un “sistema”, certamente a una prassi tutt’altro che infrequente e tutt’altro che limitata a qualche individuo.
La consunta metafora delle “poche mele marce”, sempre inadeguata innanzitutto dal punto di vista botanico (bastano pochi frutti guasti a compromettere un’intera cesta), questa volta è ancora più fallace: emerge infatti una rete di connivenze, complicità e omertà. E manca ancora un dato importante: da quanto tempo andava avanti questa storia? E, soprattutto, siamo sicuri che non vi siano responsabilità - se non altro per omissione - a livelli più alti della catena di comando?
Più in generale, è indubbio che, con una qualche regolarità, membri degli apparati statuali di controllo e repressione (dalla Polizia penitenziaria a quella municipale, fino alla Guardia di finanza) si trovano coinvolti in episodi di corruzione o in vicende di abusi e violenze. Sotto alcuni aspetti, appare come un dato fisiologico: parliamo di centinaia di migliaia di uomini e donne che, per un verso, possono avere rapporti stretti con l’amministrazione pubblica e ricavarne, all’occorrenza, risorse illecite; per altro verso, essi sono i titolari del monopolio legittimo dell’uso della forza. Potere, quest’ultimo, terribile e delicato, che richiede competenza e saggezza, intelligenza e maturità.
L’esatto opposto dei connotati caratteriali dell’agente Alessandro Migliore, che - se le intercettazioni venissero confermate - avrebbe pronunciato le seguenti frasi: “Mi ero messo il guanto, ho caricato una stecca, bam, lui chiude gli occhi, di sasso per terra è andato a finire... È svenuto... Minchia che pigna che gli ho dato”. E ancora: “L’ho messo in piedi... Ho fatto sinistro destro, pam pam... Il collega fa “no, grande Ale!”.
Si tratta di un piccolo “caso di studio” di sociologia delle istituzioni totali (Erving Goffman, 1961). Quelle organizzazioni, cioè, chiuse al proprio interno e fortemente integrate, regolate da una severa disciplina e da una precisa gerarchia - come una caserma, appunto - dove a dominare sono lo spirito di corpo e il senso di appartenenza. Qui, è facile che l’empatia si faccia omertà e che il cameratismo maschio e brutale si trasformi in correità criminale.
Ma c’è qualcos’altro. Secondo la gip Livia Magri “i soprusi, le vessazioni e le prevaricazioni” sarebbero stati indirizzati verso “soggetti di nazionalità straniera, senza fissa dimora, ovvero affetti da gravi dipendenze da alcol o stupefacenti”. È difficile, di conseguenza, non osservare una componente razzistica, dettata da un sentimento di vero e proprio odio e, in ogni caso, da una particolare aggressività verso gruppi sociali marginali.
Anche perché, va ricordato, che gli abusi non si sono verificati in occasione di arresti di difficile esecuzione o di forme di resistenza attiva o di violente colluttazioni, bensì - come dire? - a freddo. Il che evidenzia, e sembra confermato da certe frasi intercettate, un qualche tratto di sadismo. La prima reazione a fronte di ciò è di sconforto. Troppe volte ci si è trovati a dire le cose dette in questi giorni, senza alcun concreto risultato. Anche perché, le prese di distanza, le autocritiche, le promesse virtuose da parte dei responsabili delle forze di polizia, sono state pressoché sempre postume: quando già i danni erano stati fatti e le azioni giudiziarie già avviate, se non dopo le sentenze definitive. Ossia sempre, come si dice, “a babbo morto”. Espressione tanto più pertinente perché talvolta il cadavere effettivamente c’era stato (Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva e altri ancora).
Possibile che non si voglia cogliere questa occasione affinché, infine, qualcosa cambi? Le forze di polizia hanno bisogno di due grandi campagne di formazione interna. La prima è di tipo tecnico: troppe volte le violenze sono l’esito dello stato di insicurezza e di ansia di agenti impreparati, incapaci di intervenire con metodi e strumenti proporzionati. Nei due casi più recenti, quello di Milano e quello di Livorno, è stato evidente quanto fosse eccessivo e fuori misura l’uso della forza nel controllo delle persone fermate. Una formazione tecnica spesso arretrata e una strumentazione antiquata possono produrre azioni suscettibili di conseguenze tragiche. La seconda campagna di formazione dovrà essere di natura culturale: una vera e propria educazione costituzionale. Dai fatti di Verona emerge esemplarmente come l’oggetto degli interventi di quei poliziotti fosse considerato, appunto, un oggetto: e ostile.
Non un cittadino, ancorché straniero e, proprio perché vulnerabile, ancor più meritevole di tutela. Non un soggetto che resta titolare di diritti e garanzie qualunque sia la sua condizione di fermato, arrestato o detenuto, bensì un nemico. Da annientare o, perlomeno, da umiliare, sprezzandone o sfregiandone la dignità.










