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di Fabio Finazzi

Corriere della Sera, 25 giugno 2024

Quei “fine pena mai” convertiti in volontari dal religioso Beppe Prioli. Una vita nelle carceri accanto a condannati come Pietro Cavallero. Il risveglio dal coma e la richiesta: “Portatemi a trovarli di nuovo”. Ci sono quelli che “chiudeteli in prigione e buttate via la chiave”. Poi c’è fra Beppe Prioli, da Bonaldo di Zimella, Verona: da 6o anni batte meticolosamente gli anfratti di ogni galera italiana in cerca delle chiavi gettate. Per tutti è Fratello Lupo, dal titolo di un libro che racconta la sua missione di pioniere francescano nelle carceri, partita nel 1963 da un moto di ribellione a un articolo giornale: “Giovane di vent’anni condannato all’ergastolo. Fine pena mai”.

“Fine pena mai? Ma come, quel ragazzo ha la mia età, potrei esserci io al suo posto”. Da questa scintilla, la stessa che indusse San Francesco ad affrontare e ammansire il lupo di Gubbio, inizia il suo incredibile viaggio attraverso la Cronaca Nera italiana in carne e ossa, negli abissi della coscienza dei crimini più indicibili. Un’attrazione più patologica che fatale, verrebbe da dire, se non fosse per le storie di riscatto e - a volte - di impensabili riconciliazioni, insieme certo a qualche fallimento e a tante fatiche, che costellano la sua originalissima biografia. E ci sarà pure un motivo se don Luigi Ciotti ha scritto di lui: “Per me è un amico la cui irruenta amicizia nei confronti dei detenuti, specie di coloro sul cui cuore pesano le colpe più gravi, contribuisce a farmi sentire più giovane e ottimista”.

La lista degli ergastolani che si sono trovati a fronteggiare Fratello Lupo è molto lunga. Ma due storie sono più esemplari di altre. È il 1966, carcere di Porto Azzurro, all’epoca il peggior serraglio d’Italia. La riforma penitenziaria è di là da venire. Normale che ad Alfredo Bonazzi, rinchiuso nella cella di punizione sotto il livello del mare, quel ragazzo con il saio sia sembrato “un’allucinazione”. Gli riserva l’accoglienza che si merita: “Sei venuto a rompere i coglioni pure tu adesso? Non sai che mi chiamano la Belva di viale Zara?”. Risposta: “Per gli altri sarai una belva, per me sei un fratello”.

Bonazzi è all’ergastolo per avere ucciso a colpi di cric il custode di una tabaccheria di viale Zara, a Milano. Nessuno lo aveva mai chiamato fratello. È un elettrochoc emotivo. Una crepa nella coscienza che diventa squassante rimorso e poi fiume in piena di creatività: un premio di poesia dopo l’altro, si trasforma in caso letterario e infine, graziato dal presidente Leone, in volontario della Fraternità (l’associazione fondata da fra Beppe) fino alla sua morte, nel 2015. Un percorso interiore lucidamente descritto da Pietro Cavallero: “Fu la carica di umanità di persone come lui a sbloccarmi: tu dai uno schiaffo, l’altro ti perdona. E allora capisci finalmente tutto il male fatto: ti senti sconfitto, veramente sconfitto. La repressione può piegarti, ma solo esternamente. Certi uomini, invece, ti disarmano davvero”.

Cavallero, il pericolo pubblico numero uno a capo della banda che mise Milano a ferro e fuoco, disarmato da un saio. Anche per lui si apre una crepa, inizia un lungo percorso di riabilitazione senza sconti (non è il perdono “prét-à-porter” la specialità di fra Beppe e dei veri pentiti) che lo porterà a diventare volontario fino alla sua morte, nel1997, al Sermig di Ernesto Olivero.

L’irriducibile Fratello Lupo oggi ha 81 anni, costretto in carrozzina in una casa di riposo dei frati francescani. Un grave malore, mesi di coma, il risveglio insperato. Il secondo, per la precisione.

Già nel 1997 era stato tra la vita e la morte, dopo una caduta accidentale in casa. Riaperti gli occhi aveva chiesto a Emanuela Zuccalà, penna brillante e delicata, di scrivere un altro libro. Titolo: “Risvegliato dai lupi”. Perché, diceva, era stata l’onda di affetto delle lettere giunte a centinaia da tutte le carceri d’Italia a riportarlo in vita. Seguirà nel 2008 una nuova fatica letteraria: “Quarant’anni tra i lupi”, con i diari della “Fraternità”.

Oltre a trovare la forza di declinare le sue tre parole d’ordine (“Ascolto, confronto, accoglienza”), ci confida che ora gli resta ancora un sogno. “Vorrei essere accompagnato, in carrozzina, tra le celle del carcere di Verona per salutare i detenuti uno a uno”. Vuoi mai che qualcuno abbia buttato via le chiavi.