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di Francesco Sergio

Corriere di Verona, 11 giugno 2024

Ripagare la comunità dei danni arrecati tramite lavori di pubblica utilità e confronto con gli adulti che aiutino a comprendere gli sbagli commessi e a intraprendere un percorso di rinascita. È quanto hanno potuto sperimentare sei ragazzi di Borgo Roma della baby gang Qbr che tra il 2021 e il 2022 - ancora minorenni - avevano sconvolto il quartiere commettendo una sfilza di reati. Alcuni di loro erano finiti in carcere, altri in comunità.

Poi, nel 2022, il giudice del Tribunale dei Minori ha dato loro la possibilità di prendere parte al progetto di recupero nell’ambito della giustizia riparativa di cui il Comune è partner, “Tra Zenit e Nadir”, portato avanti in città dalla Fondazione Don Calabria per il sociale, tramite il responsabile tecnico Silvio Masin, e la mediatrice familiare Anna Tantin. Gli ex componenti della Qbr hanno svolto per vari mesi servizio nella Parrocchia di Gesù Divino Lavoratore.

“Hanno lavorato al parco giochi parrocchiale e preso parte alle attività con gli anziani del Circolo Noi - spiega il parroco Don Andrea Ronconi - Nella parrocchia e nei sacerdoti hanno trovato sempre un confronto. Hanno dimostrato fin da subito di desiderare il dialogo, che è sempre stato costruttivo. La chiesa di Borgo Roma ha rappresentato un simbolo durante il loro percorso di presa di coscienza degli errori commessi e di rinascita dopo aver pagato il conto essendo proprio il quartiere dove vivono e dove hanno commesso i reati”. Al termine dell’attività, alcuni si sono rimessi a studiare mentre altri lavorano. Due settimane fa, hanno incontrato a Palazzo Barbieri il sindaco Damiano Tommasi.

“Hanno consegnato una lettera con la quale hanno dichiarato di aver preso coscienza degli errori commessi e hanno chiesto scusa alla comunità. Sono stati interpellati sul tema prevenzione, suggerendo la creazione di maggiori luoghi di aggregazione dove far crescere il dialogo e l’incontro, per evitare che altri giovani possano fare i loro stessi errori”. “Il percorso effettuato in questi mesi è la conferma della bontà di un’impostazione che mette al centro la comunità che viene offesa dall’atto criminale ma che è anche una comunità che dà un’opportunità, che diventa accogliente e contribuisce a fare acquisire consapevolezza della gravità del fatto compiuto, avvicinando di conseguenza l’autore del reato e la vittima”, afferma l’assessora alla Sicurezza, Stefania Zivelonghi.