di Beatrice Branca
Corriere di Verona, 6 giugno 2025
Chiede di essere assistita solo da donne. Il reclamo al tribunale di sorveglianza. Una detenuta di 38 anni si trova da febbraio in carcere a Montorio. In passato si è sottoposta a un intervento di transizione per essere considerata a tutti gli effetti una donna. La 38enne si trova in un regime di sorveglianza particolare e da mesi chiede di poter essere assistita solo dal personale femminile della polizia penitenziaria. Una richiesta che sarebbe rimasta inascoltata e che ha spinto i difensori a presentare un reclamo al tribunale di sorveglianza.
Una vita di lotta per vedersi riconosciuta la sua vera identità di genere sia nella società fuori dalle mura che in carcere. Due ambienti, soprattutto quello dietro alle sbarre, dove ha trovato un clima ostile e non sempre aperto ad accogliere una persona che ha deciso di compiere un delicato percorso di transizione per essere considerata a tutti gli effetti una donna. È la storia travagliata di una detenuta di 38 anni di origini peruviane. A otto anni si è trasferita in Spagna e poi in Italia, girando diverse città fino ad arrivare a Verona. Nel corso della sua vita ha collezionato tutta una serie di sentenze per spaccio e detenzione di droga, rapine e lesioni. Ha spesso cambiato però istituto penitenziario proprio per la sua particolare storia clinica e personale, che l’ha portata più volte a essere da un lato tratta come un uomo e dall’altro derisa da alcune detenute.
Da febbraio si trova nella sezione femminile del carcere di Montorio, dove è stata sottoposta per almeno sei mesi a un regime di sorveglianza particolare che prevede una limitazione nella partecipazione alle attività lavorative e a quelle culturali, sportive e scolastiche. A lei è stato inoltre vietato l’uso di un fornellino individuale da tenere nella sua cella dove c’è solo un letto, uno sgabello e un tavolino. Uno spazio dove passa le sue giornate da sola, a eccezione di quelle due ore all’aperto che le vengono concesse quonon tidianamente. Quel provvedimento di sorveglianza è arrivato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria lo scorso marzo, dopo che la detenuta ha manifestato in quattro occasioni atteggiamenti definiti “oltraggiosi, arroganti e minacciosi”. Uno stato di agitazione che, secondo i suoi avvocati difensori Simone Giuseppe Bergamini e Lorenzo De Guelmi, deriverebbe da “una violazione della sua privacy”. Per questo motivo i due professionisti hanno presentato un reclamo al tribunale di sorveglianza di Venezia, affinché venga valutato se con quel provvedimento siano rispettati i diritti fondamentali della persona e la sua dignità, “senza discriminazione in ordine di sesso, identità di genere, orientamento sessuale, razza e nazionalità”.
“Gli asseriti modi arroganti e minacciosi - scrivono Bergamini e De Guelmi nel reclamo - rivelano la necessità di un intervento finalizzato a evitare la inconsulta reazione verbale e non certo aggressiva in senso fisico, di una persona portata all’esasperazione, nonostante la ripetuta richiesta di essere lasciata in pace e di vedersi violata nei diritti fondamentali”. Alla base di questo stato di agitazione ci sarebbe quella richiesta da parte della 38enne, rimasta secondo i legali finora inascoltata, di essere assistita solo da personale femminile. “La detenuta lo ha sempre chiesto a Verona, ma non ha mai ricevuto una risposta positiva e concreta, rispettosa della sua femminilità. Il controllo avviene anche tramite guardie di sesso maschile, cosa che comprensibilmente cozza con le sue esigenze di privacy. Una situazione che si verifica anche durante le visite mediche”.
Nel reclamo i due difensori fanno inoltre presente che la detenuta sarebbe stata privata di un armadietto, costringendola a lasciare tutti i vestiti per terra, di uno specchio che potrebbe servirle anche per il trucco, di un televisore e di un fornellino, ovvero di uno “strumento che incide sul vitto e le esigenze di salute della detenuta”. Alla luce di queste “mancanze” e della delicata storia clinica della 38enne, Bergamini e De Guelmi hanno chiesto al tribunale della sorveglianza che il provvedimento di marzo venga “riformato, annullato o revocato non sussistendo alcun valido e giustificato presupposto per l’adozione di misure di sorveglianza”. Una richiesta su cui i giudici veneziani dovranno pronunciarsi nei prossimi giorni.











