di Marcello Toffalini
verona-in.it, 4 luglio 2019
A Montorio il sovraffollamento di 200 persone è la prima causa di conflitti. Le condizioni di vita nelle carceri italiane non aiutano il reinserimento sociale. Recentemente il Corriere di Verona, ha pubblicato un articolo sulle condizioni del carcere di Montorio: una vera "caienna", secondo Angiola Petronio, che con quella parola ha voluto sintetizzare la situazione esposta da Margherita Forestan, Garante dei diritti dei detenuti nella Casa Circondariale, in una seduta del Consiglio comunale di Verona.
Gli ospiti di un carcere sono costretti a vivere in celle di pochi metri quadrati, quasi sempre in assenza di un minimo di "privacy", conducendo una vita che, a dir poco, civile non è, malgrado gli sforzi dei collaboratori esterni, delle guardie e del direttore nel fornire centri d'interesse sportivo o attività culturali, di sartoria o di officina.
Perché la privazione della libertà personale non implica, né dovrebbe implicare mai, il degrado personale, culturale e sociale dei detenuti. Ed il colmo è che quella di Montorio avrebbe dovuto essere una struttura per detenuti in attesa di giudizio, quindi potenzialmente ancora innocenti, invece è lentamente diventata un sito per condannati in via definitiva.
Ma facciamo parlare i numeri. Ci sono 335 posti, ma dentro sono ospitate 525 persone: 474 uomini e 51 donne. Dati del 2018, perché nel frattempo i detenuti sono già aumentati (oggi sono 550). Il sovraffollamento di almeno 200 persone, che rende inumano l'ambiente interno fino ad incattivire i rapporti interni dentro le celle, è la prima causa di inumanità e di conflitti; la seconda è che, senza un numero adeguato di pedagogisti e di altro personale di sostegno, sono difficili i percorsi di reinserimento nella vita sociale esterna.
Quanto alla scuola se ne fa molta "anche perché sono convinta che la cultura, lo sport, mostrino a queste persone l'altra medaglia della vita", parola del Garante dei diritti. Ed è bello sapere che ben 135 uomini e 10 donne l'anno scorso hanno frequentato corsi di alfabetizzazione e di scuola primaria inferiore. Altri 29 sono stati studenti dell'istituto alberghiero Berti. In 23 hanno seguito il corso liceale e in 4 sono iscritti all'università.
Va detto, in appoggio agli sforzi per una detenzione più umana e meno pesante, che chi è ancora in attesa di giudizio ha l'aspettativa di mostrare la sua innocenza e maggiormente si batte contro il degrado, mentre chi ha avuto una condanna definitiva, per quanto lunga, ha la speranza di uscire prima o dopo, agevolata dal reinserimento sociale del pentito. Perché questo è infatti il senso della pena inflitta al carcerato, non certamente quello di metterlo in cella e di "buttare la chiave", come si sente spesso ripetere da uomini di "governo", in cerca di voti, veri ladri di consenso e di vita.
Dunque: rendere più facile da praticare la "messa alla prova" e rendere più umani gli ambienti carcerari. Sono queste le chiavi di volta di una vera riforma dell'Ordinamento penitenziario affinché il detenuto, al termine di un percorso di reinserimento sociale, una volta uscito non torni più a delinquere, con beneficio suo e della sicurezza dell'intera società.
Infatti, com'è giusto che sia, un detenuto è condannato ad una riduzione della sua libertà di movimento ma non anche alla privazione degli altri diritti umani. In questo senso è giusto aderire all'appello di Roberto Saviano "Perché delle carceri bisogna parlare", pubblicato sull'Espresso del 9 giugno, per rendere pubblica la necessità di una Riforma dell'Ordinamento giudiziario, nel senso sopra indicato.
Se pensiamo che la cosa si sarebbe potuta realizzare già alla fine del 2017 e comunque prima delle ultime elezioni (4 marzo 2018) vengono i brividi: le responsabilità al riguardo da parte del centro-sinistra, "rottamatore" ma inconcludente sui diritti umani, sono troppo evidenti ed oggi, verosimilmente, con i venti che tirano, quella Riforma sembra spostarsi in avanti. Quanto?
Apprendiamo, sempre in giugno, un'ulteriore limitazione ai danni dei detenuti di alcune carceri della Calabria. Susanna Marietti (Associazione Antigone), così ci informa: "Sembra che oggi nelle carceri di Castrovillari, Paola, Rossano e Cosenza siano stati cancellati tutti i corsi di scuola secondaria superiore, se non per qualche classe quinta rimasta senza troppo criterio. Ben 34 classi sarebbero state soppresse. I docenti dell'istituto tecnico industriale Enrico Fermi di Castrovillari, destinatari di trasferimenti forzati, si stanno attivando per ricorsi a titolo personale. Gli studenti detenuti iscritti ai corsi, niente affatto in numero irrisorio, resteranno in cella a oziare sulla branda".
Non c'è più solo l'insano e allarmante sovraffollamento a contrastare la rieducazione personale e sociale del detenuto: nell'ottica della progressiva riduzione delle spese carcerarie siamo capaci persino di mettere al bando anche la riqualificazione culturale dei detenuti.
Temo notizie di trattamenti penitenziari men che umani, che avvengono già nella Casa di Montorio per il cronico sovraffollamento o nelle carceri calabresi. Dove la pena inflitta sembra contraria al senso di umanità o al reinserimento sociale del detenuto, che sono invece condizioni e diritti non alienabili, almeno secondo la nostra Costituzione (art. 27, comma 3).
Che così si esprime: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Reinserimento sociale compreso e ben auspicato.










