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di Angiola Petronio

Corriere di Verona, 13 novembre 2024

“Moussa non era un violento, chi ha visto ora deve parlare”. Ieri Djemagan piangeva. “Piange sempre, quando viene qui”, spiegava un suo amico. Djemagan è il fratello maggiore di Moussa Diarra. Dal 20 ottobre, quando Moussa è stato ucciso, ha lasciato la sua casa e il suo lavoro a Torino. I suoi giorni e le sue notti le passa a Verona, chiedendo giustizia per quel fratello che dal Mali era fuggito dieci anni fa. Aveva 16 anni, Moussa. Per lui e un altro fratello c’è stato il deserto algerino, le torture e la detenzione in Libia - dove l’altro fratello è morto e i cui segni Moussa portava sul corpo - Lampedusa, il Cas di Costagrande, i contratti da lavoratore agricolo.

E quel male di vivere che gli si era insediato dentro e che era sfociato quando aveva saputo che avrebbe perso quel rifugio che per lui era la casa occupata del Ghibellin Fuggiasco, fino a dilagare quella domenica mattina tra via Palladio e la stazione. Djemagan che sente sua madre al telefono e ogni volta lei - che ha seppellito già un figlio e tre mesi fa anche il marito “chiede di vedere il corpo di Moussa. Che sia riportato in Mali. E che sulla sua morte sia fatta chiarezza”. Erano tutti attorno all’altare laico dedicato a Moussa, ieri.

“Non ha mai fatto male a nessuno. E io, a differenza di chi ne parla adesso, lo conoscevo bene. Quel poliziotto ha sparato due colpi ad altezza d’uomo e uno ha ucciso Moussa. E il mio dubbio è che lo abbia ucciso perché Moussa era nero. Nè lui nè il poliziotto hanno ferite, quindi non c’è stata aggressione o colluttazione”. Chiede, Djemagan che chi quella domenica mattina era in stazione, si faccia avanti a testimoniare. C’è una mail, per farlo: permoussadiarra@gmail. un numero di telefono - 351/0921865. Chiede anche, Djemagan, di vedere i video dell’uccisione di Moussa. “Se fosse stato il contrario, se fosse stato Moussa ad uccidere un agente quei filmati avrebbero già fatto il giro del mondo”. Vuole anche sapere dove sono i coltelli che Moussa avrebbe avuto. “Neanche quelli li hanno fatti vedere”.

C’era la comunità maliana e il console Gianfranco Rondello, Mahamoud Idrissa Bouné presidente dell’Alto Consiglio dei Maliani in Italia, ieri fuori dalla stazione. “Il governo del Mali è molto attento a questa vicenda e prossimamente verrà un ministro per seguire il caso da vicino”, ha annunciato il console. Sono state le parole del presidente Bounè a echeggiare come sferzate. “Mi vergogno di essere qui ancora una volta a chiedere giustizia per Moussa, a quasi un mese dalla sua morte. Anche se l’arma più potente e letale in questo caso sono state le parole di un ministro sotto processo (il riferimento è a Matteo Salvini che commentò la morte di Diarra con un “non ci mancherà”, ndr). Quel poliziotto aveva un unico dovere: arrestare Moussa, non ucciderlo”.

“Nei tribunali italiani c’è la scritta “la legge è uguale per tutti” - ha detto Bounè - Non ci si deve dimenticare che prima di tutto Moussa era ed è un essere umano. Noi non siamo contro la polizia. Siamo contro l’ingiustizia e il razzismo. E combatteremo fino a quando la verità su Moussa non verrà a galla”. Moussa il cui viso era in una foto. “Rest in power”, la scritta. Quella che si usa per commemorare chi ha sofferto e lottato contro il razzismo.