di Carlo Alberto Romano
Corriere di Brescia, 8 maggio 2019
Il sistema scolastico italiano, seppur con tempi e modalità differenti, ha sempre offerto a ogni studente la possibilità di appropriarsi, magari anche solo superficialmente, dell'immensa opera dantesca. E credo che a molti fra questi ex studenti, entrando in alcuni dei nostri istituti penali, il ricordo dell'accesso alla città dolente, abbia frequentemente evocato l'idea di lasciare ogni speranza. Quale sorpresa, quindi, se al di là del cancello del carcere di Verona, alcune sere fa, a chi succeda di oltrepassarlo, capiti di incontrare Paolo e Francesca, Farinata degli Uberti, il Conte Ugolino o altre delle immortali figure create dal Poeta nel suo capolavoro.
Eppure, questo è proprio ciò che avviene a chi, come chi scrive, ha avuto il piacere di presenziare, presso la casa circondariale veronese, alla proposta performativa realizzata dal Teatro del Montorio, che unisce l'impegno di 15 attori detenuti e 8 studenti delle scuole veronesi, con il patrocinio dell'Ufficio scolastico di Verona e il sostegno di Fondazione San Zeno.
Una esperienza straordinaria, alla quale la collocazione carceraria non sottrae alcuna solennità e che, semmai, proprio nelle diverse inflessioni degli attori che hanno dato vita ai versetti di Dante, acquisisce un valore aggiunto, di universale afflato. Ottima la regia di Alessandro Anderloni, che ha scelto di violare la tradizionale staticità del palcoscenico (e vieppiù del carcere) con una rappresentazione itinerante nei corridoi, nelle aule e nei cortili della struttura penitenziaria.









