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di Angiola Petronio

Corriere di Verona, 8 marzo 2025

I due anni del laboratorio di Montorio dove si producono conserve e marmellate. Un 8 marzo che non è “festa”, ma consapevolezza. È quello che ricorda anche i due anni - che scadono giusto oggi - di “Imbandita - La tavola del riscatto”, il progetto della cooperativa sociale Panta Rei che dà lavoro ad alcune detenute della casa circondariale di Montorio in un laboratorio interno dove vengono prodotte marmellate, conserve e confetture con eccedenze alimentari. E la creazione per la giornata della donna è la marmellata pompelmo e basilico. I frutti. Quelli, “eccedenti”, della terra. E i frutti di un progetto. Declinati a un 8 marzo che non è “festa”, ma consapevolezza. “Essere donna significa custodire la fragilità con carattere, preservare il proprio orgoglio con determinazione”, scelta come “intenzione” in un percorso partito al maschile e coniugato, due anni fa, al femminile in quel luogo che è la casa circondariale di Montorio. È la propaggine di “Alfresco - Il fuori dentro”, quel ramo di progetto dedicato alle donne detenute e chiamato “Imbandita - La tavola del riscatto”. Programma della cooperativa sociale Panta Rei in collaborazione con la direzione del carcere, Fondazione San Zeno e Fondazione Esodo. Un laboratorio di trasformazione alimentare, interno al carcere, che produce confetture, conserve e marmellate.

Quella di pompelmo con basilico, la creazione per questo 8 marzo. “Il desiderio di riscatto è l’ingrediente segreto che le donne di Imbandita aggiungono ad ogni ricetta”, viene spiegato. Quel “desiderio” che Simonetta - che “è da molto che faccio avanti e indietro da qua dentro” - racconta come “un modo di evadere dalla cella e dai pensieri con il lavoro. Io, che qui ci sono finita anche perché un impiego non sono mai riuscita a trovarlo”. Adesso ha il suo primo contratto di lavoro, Simonetta. “E penso che questa volta la mia vita fuori potrà davvero essere diversa, per me e per i miei figli”. In un carcere asfissiato dal sovraffollamento di quasi cento detenuti, sugli scudi della cronaca per i detenuti “famosi”, come quel Chico Forti che segue un corso di pizzaiolo, dove appena un sesto dei reclusi ha un lavoro -che quasi sempre è “domestico”, vale a dire interno, “mentre ne servirebbe di più anche all’esterno”, dice l’avvocato Simone Giuseppe Bergamini della Camera Penale di Verona - “Imbandita” e “Al fresco” si raccontano anche con i numeri. Dodici, lo scorso anno, i tirocini nella sezione femminile, otto in quella maschile. Tre gli assunti nella sezione maschile e una nella sezione femminile. Due gli articolo 21, vale a dire le persone che possono svolgere lavoro all’esterno, anche se in regime di detenzione. Cinque le assunzioni all’esterno, tra cui due donne e 5 i tirocinanti, usciti dal carcere, di cui 4 donne.

Sono stati ricordati ieri, quei numeri. In un incontro per ricordare i due anni di “Imbandita” al quale hanno partecipato le assessore Luisa Ceni, Alessia Rotta e Stefania Zivelonghi. Con Maria Grazia Bregoli, ritornata a dirigere pro-tempore quel carcere dove, con il garante dei detenuti don Carlo Vinco, aveva dato la spinta propulsiva al progetto. “Galeotto” un vasetto dei prodotti di Panta Rei assaggiato in un ristorante. Quella cooperativa che ha tra i suoi scopi l’inserimento al lavoro di persone svantaggiate. “Quelli che realizziamo qui a Montorio - racconta la presidente Elena Brigo - sono prodotti pieni di voglia di futuro. Nel caso del carcere ogni ora lavorata è un’ora di libertà recuperata, perché il lavoro qui dentro è anche spendere del tempo di senso”. Marmellate, conserve, confetture che fanno il paio con i prodotti da forno e di pasticceria - i “Pasta d’uomo” - della sezione maschile che vengono venduti nel negozio di via Macello 31 e che si possono trovare a villa Buri, nel bar di Calzedonia, online. Con quelle probabilità di allargare le possibilità lavorative legate al progetto che, le parole della direttrice Bregoli, “dipendono dalla risposta dell’esterno. Noi siamo pronti ad aumentare i posti”. “Risposta” che sta nell’acquisto di quei prodotti, quelli di una casa circondariale per cui - ha spiegato l’assessora Ceni “sono in essere altri progetti lavorativi e di benessere, anche per chi qui dentro ci lavora. Questa è la casa circondariale di Verona. Una parte della città di cui tutti noi ci dobbiamo occupare”.