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L'Arena di Verona, 26 gennaio 2015

 

Incontrare i detenuti come persone, con la consapevolezza che "nell'incontro vero non c'è giudizio". Incontrarli cioè con un'attenzione particolare a quello che sono, con le loro storie di vita spesso complesse, e a quello che sentono, senza la volontà di sapere quello che hanno fatto. Andare oltre la mentalità punitiva di cui è impregnata la società, per abbracciare invece l'intenzione rieducativa ed accompagnare i detenuti in un cammino spirituale che li metta nelle condizioni di tornare a vivere.

Lunedì scorso, nella sala Noi di Palazzolo, padre Angelo, cappellano del carcere di Verona, e Fabio Mazzi, diacono di Sona che opera come volontario in carcere, hanno raccontato la loro esperienza di incontro ed ascolto dei detenuti. La serata dal titolo "Liberi dentro: testimonianze sulla vita nel carcere" è stata organizzata all'interno del ciclo di incontri "A proposito di...", promosso dal circolo Giustiniano della frazione. Padre Angelo, che ha aperto l'incontro, ha "lasciato sospese una serie di provocazioni". Ha invitato i presenti a ragionare su concetti come "detenzione", "reclusione", "punizione", "capro espiatorio" e a riflettere sui "veleni che ciascuno si porta dentro e per cui, spesso, dà la colpa agli altri".

I due relatori hanno affrontato la questione del bene e del male, mettendo in luce quanto sottile può diventare, in determinate situazioni, la linea di confine fra l'uno e l'altro. Hanno parlato di persone che si sono trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato e che, per la pazzia di un istante, si sono rovinate la vita. Hanno parlato del senso di colpa che queste persone si portano dentro e che, molto spesso, non le lascia nemmeno dormire.

Fabio Mazzi, ferroviere di professione, ha 55 anni, abita a Sona, è sposato, ha due figlie, e nel maggio del 2013 è stato ordinato diacono permanente. Per quattro anni, ha fatto volontariato con i cappellani camilliani dell'ospedale di Borgo Trento, accanto ai malati. Quando, a novembre del 2013, è venuto a mancare il diacono cappellano del carcere di Montorio, il vescovo gli ha chiesto se la sentiva di prestare servizio in carcere.

"Il carcere", ha detto Mazzi, "è un posto dove il male che si è fatto non si può dimenticare: i detenuti hanno la possibilità di fermarsi a pensare e il senso di colpa non li abbandona mai. Noi incontriamo questi detenuti come persone, che piano piano ci raccontano le loro storie. A volte telefoniamo a casa, e ci rendiamo conto che alcuni di loro hanno alle spalle delle famiglie devastate". "Il nostro compito", ha aggiunto, "è quello di ascoltare le persone che sono in carcere, aiutandole a rielaborare il peso che si portano nell'anima, aiutandole cioè a diventare un po' più "libere dentro", per fare in modo che, una volta uscite, possano ritornare a vivere".