di Angiola Petronio
Corriere Veneto, 7 gennaio 2024
“Orme oltre le mura”. È il nome della pensione per cani al carcere di Montorio. Gli animali di giorno sono liberi e accuditi dai detenuti. I primi sono stati Floppy e Toby. Morti liberi, dopo anni da reclusi. Floppy e Toby sono un contrappasso. Perché sono morti da liberi in un carcere. Quello di Montorio. Quello che, come tutti i penitenziari, è fatto di spazi di reclusione. Ma che al suo interno ha un’area dove prospera la libertà. È grande 5mila metriquadri quello spazio dove il pavimento è l’erba, i muri portanti sono gli alberi e il soffitto è il cielo con le sue declinazioni. Quel cielo che da “dentro” neanche intravvedi. Niente a che fare con i corridoi asfittici o le celle incubanti di una galera. È in quell’area che Floppy e Toby sono diventati liberi.
Erano due cani, Floppy e Toby. Arrivavano anche loro da una vita segregata, come quella di chi li ha accuditi nei loro anni liberi. La vita nel canile veterinario dell’Usl9. Sono stati i primi cani “adottati” dai detenuti di Montorio - per i quali era già attivo un progetto di pet teraphy -, Floppy e Toby. Ed è dall’esperienza con loro che è nata quella che è una sorta di “isola di libertà” all’interno del carcere. Una “pensione per cani”, che prende il nome del progetto portato avanti da La città degli Asini, cooperativa che si occupa di interventi assistiti con gli animali. “Orme oltre le mura”, si chiama quella pensione dove chiunque può portare il proprio cane. “Qui, per assurdo, la parola d’ordine è proprio libertà”, spiega Manuela Signorini, veterinaria e coordinatrice della struttura. È lei che si occupa degli accessi. “Quella dei cani, che stanno liberi 9 ore al giorno e vengono messi nei box solo per la notte. E anche quella dei detenuti che li seguono, che possono stare all’aria aperta invece che in cella”. Detenuti che, in forma di volontariato, di quei cani si prendono cura fin dal mattino presto. Un team di due medici veterinari e tre educatori cinofili sempre presenti in struttura, alla pensione “Orme oltre le mura”. Ma, soprattutto, quei reclusi che stanno scontando una pena e che per accudire i cani ospitati in pensione devono aver superato il corso di formazione per operatori di canile, qualifica che una volta fuori possono anche usare per trovare un lavoro. “Un’opportunità per vivere il carcere in maniera più umana. Che anche questo è un contrappasso, se si pensa che quella “maniera più umana” te la offrono i cani”, aggiunge Manuela. Dieci box, al carcere di Montorio. Che d’inverno hanno le lampade riscaldanti. Otto per i cani “esterni” e due a disposizione di associazioni e per cani che non vengono adottati. “Perché c’è sempre una seconda possibilità. Per tutti”, dice la coordinatrice. È stata costruita dai detenuti, quella struttura che è inglobata dentro alla casa circondariale ed è suddivisa in tre parchi. Loro hanno realizzato i box, una piscina per i cani, piantato gli alberi, messo le reti divisorie, piazzato le panchine. E loro dei cani ospiti si prendono cura. Due turni, mattina e pomeriggio. Quattro persone per ogni turno. Le pulizie, il cibo e quel gioco all’aperto che è il filo conduttore della pensione “Orme oltre le mura”.
Il progetto si auto-sostiene con i soldi della pensione. L’obiettivo è l’inserimento lavorativo dei detenuti come dipendenti della cooperativa Città degli Asini, “nella piena consapevolezza che il lavoro è riscatto sociale e umano”, ma servono fondi che al momento non ci sono. Intanto quella pensione funziona. Eccome se funziona. Con, in alta stagione, vere e proprie liste d’attesa anche di mesi. “Abbiamo costi ridotti e non ci interessa riempire per forza tutti i box. Cerchiamo di creare gruppi di cani che vadano d’accordo, perché per tutti noi la priorità è il loro benessere”, spiega Manuela. E quella libertà che cani e umani possono trovare insieme anche tra le mura di una galera.











