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di Angiola Petronio

Corriere di Verona, 5 marzo 2025

Alla fine sono riusciti a sposarsi, Micaela Tosato e Nicolae Ion. Ieri le nozze sono state celebrate nel carcere di Rebibbia dove Nico è detenuto. “Venne la dispensa, venne l’assolutoria, venne quel benedetto giorno...”. Quello del matrimonio di Renzo e Lucia. E, mutuando Alessandro Manzoni, venne anche “quel benedetto giorno” per Micaela e Nico. È stato ieri, quel momento, per i promessi sposi di un sistema carcerario che quell’unione l’aveva già fatta saltare una volta. E se Micaela Tosato e Nicolae Ion quelle nozze non le hanno potute celebrare, come previsto, lo scorso 24 febbraio a Bovolone, il loro “sì” lo hanno pronunciato ieri mattina verso le 11,30 nel carcere romano di Rebibbia. Lì dove Nico, 51 anni e una pena da scontare di meno di due anni per rapina, è stato trasferito dal giorno alla mattina lo scorso dicembre.

“Trattamento di kafkiana memoria”, lo avevano definito, nel ricorso, i suoi avvocati Francesco Spanò e Simone Giuseppe Bragantini. Con quello spostamento dalla casa circondariale di Montorio motivato da una richiesta di trasferimento nel suo Paese d’origine, la Romania. Trasferimento - motivato dal fatto che Nico non avrebbe “radici” o legami affettivi in Italia - di cui si sarebbe dovuto discutere a dicembre e che invece è ancora avvolto nell’oblio.

Come kafkiana è stata la vicenda del suo matrimonio con Micaela. Micaela Tosato, veronese, una delle fondatrici dell’associazione “Sbarre di Zucchero”, nata dopo il suicidio, nel carcere di Montorio, di Donatela Hodo morta a 27 anni nell’agosto del 2022. Era tutto pronto, per quello sposalizio il 24 febbraio. Le carte, il Comune, il rinfresco, anche una piccola “luna di miele”, ospiti due giorni a Salizzole dell’associazione Angeli della Speranza.

Ma a decidere - 48 ore prima della cerimonia che “questo matrimonio non s’ha da fare” era stato il giudice di sorveglianza di Roma. Il permesso per celebrare le nozze a Bovolone era stato chiesto “per necessità”. Formula che viene utilizzata in casi particolari per giustificare il permesso di lasciare il carcere. Per Nico - che durante la sua detenzione si è diplomato all’istituto alberghiero, ha seguito corsi di reinserimento e ha avuto tutte relazioni positive dagli operatori del carcere di Montorio - quel “permesso di necessità” era stato chiesto per la situazione psicologica che sta vivendo nel penitenziario romano.

Ha tentato il suicidio ingerendo delle pile, Nico. E ogni giorno di detenzione è un’ulcera che si apre nella sua mente. Ma il giudice ha deciso che no, perché quel permesso “viene concesso in caso di imminente pericolo di vita di familiari o per eventi familiari di particolare gravità”. Tant’è. Micaela e Nico si sono sposati ieri. Nessun vestito bianco, per Micaela. Nessun bouquet di fiori. “Perché - dice - di sposarci così non è stata una nostra scelta”.

E anche ieri sembrava che Kafka o Manzoni volessero scrivere la trama. Con Micaela e Nico i loro testimoni: Ornella Favero coordinatrice di Ristretti Orizzonti e presidente della conferenza nazionale volontariato e giustizia, il cappellano di Regina Coeli padre Vittorio Trani, Carlo Testini dirigente nazionale dell’Arci ed Elisabetta Dusi del direttivo dell’associazione Angeli della Speranza che ha sostituito Bruno Monzoni, redattore di Ristretti Orizzonti al quale, 24 ore prima delle nozze, è stato negato il permesso di entrare in carcere.

Ingresso con gli altri parenti dei detenuti, cerimonia da venti minuti senza alcun fronzolo celebrata da tre funzionari del Comune di Roma, Micaela e Nico. Con un ritardo di oltre un’ora e mezza, “dovuto “alle mille difficoltà che ci hanno fatto all’ingresso, con gli agenti della polizia penitenziaria che, a differenza della direzione del carcere, non sono stati diciamo “accoglienti” e ospitali, facendo togliere anche gli orecchini. In fin dei conti entravamo per un matrimonio e come testimoni sono state scelte persone note proprio per evitare che succedesse quello che è successo”. Il “regalo di nozze” per Micaela e Nico sono state due ore all’aria aperta, trascorse nell’area verde di Rebibbia. “Abbiamo parlato di cosa si farà dopo”, racconta Micaela. E la prima cosa sarà portare quel certificato di matrimonio alla procura di Verona.

Quella carta che potrebbe essere un salvacondotto per far restare Nico in Italia. “Ha un contratto di lavoro e adesso ha una casa e una famiglia, cosa serva di più per dimostrare che qui è integrato non so... Da quando era stato scritto che qui non ha radici sono passati 4 anni. E adesso quelle radici ci sono. Comunque il nostro obiettivo era sposarci, perché visto com’è andata l’altra volta non eravamo sicuri di farcela”, dice Micaela. Di quel matrimonio che non si è fatto a febbraio qualcosa però rimane. Quella piccola “luna di miele” a Salizzole. “Micaela potrà venire quando vuole - le parole di Elisabetta Dusi -. E poi li aspettiamo, lei e Nico, quando lui sarà libero. E allora faremo festa alla Casa della Speranza”.