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di Angiola Petronio

Corriere di Verona, 24 ottobre 2024

Cos’è lo “storditore elettrico” e le regole per il suo utilizzo: “Non è in dotazione a tutti gli agenti, ma solo a quelli che hanno fatto la formazione. Mulinano, le domande sulla morte di Moussa Diarra. E aleggiano, di pari passo con le ipotesi. Ma ce n’è una che prevarica sulle altre. E che da domenica mattina sussurra come una nenia. “Perché per fermarlo non è stato usato il taser?” recita il refrain. Già, il taser. Quella “pistola elettrica” detta anche “storditore elettrico”, che molti vedono come una panacea. Alternativa “non letale” alle armi da fuoco tradizionali. Ma pur sempre un’arma. Con tanto di “inquadramento” legislativo come “arma propria”.

Tanto che per impiegarlo serve un’apposita licenza. Elementi che, alla luce di quanto accaduto domenica in stazione, non sono per nulla secondari. Già, perché quell’”apposita licenza” per le forze dell’ordine si traduce in uno specifico percorso formativo, analogo a quello per l’uso delle pistole.

Tutti gli agenti e gli operatori delle forze dell’ordine possono usare il taser?

“Il taser non è in dotazione a tutti gli agenti, ma solo a quelli che hanno fatto la formazione”, spiega Davide Battisti, segretario provinciale del Siulp, il sindacato italianounitario dei lavoratori della polizia. “Inoltre non si tratta di una “dotazione individuale”, ma di reparto. E per poterlo portare in servizio bisogna essere almeno in due, entrambi formati per l’uso”. Quindi, probabilmente domenica o gli agenti non potevano utilizzare lo storditore elettrico o non ne erano forniti. Perché, continua Battisti, “c’è anche un problema di rifornimento delle cartucce. Il costo è notevole, anche per quelle dell’addestramento e gli acquisti sono “calmierati”. Quindi spesso la filiera della formazione e degli acquisti è in ritardo rispetto alle necessità”.

Perché per usare il taser serve un percorso di formazione? E perché è previsto che debbano esserci almeno due agenti al momento dell’uso?

La risposta sta in quella definizione di “arma propria”. Il taser non è esattamente un “giocattolino” e può diventare più pericoloso del dovuto. Quello in dotazione alle forze dell’ordine non è lo storditore elettrico “da contatto” che si vede nei film e che per funzionare deve essere appoggiato al corpo. Quello che utilizza la polizia è ben diverso. Si tratta di una vera e propria pistola con due dardi. “Quindi si deve fare molta attenzione - prosegue il segretario provinciale del Siulp -. Ad esempio che non vada a colpire organi importanti come gli occhi. Ecco perché uno dei due agenti ha il compito di mettere in sicurezza l’area di tiro, anche per evitare di colpire altre persone e per poi ammanettare il soggetto dopo la scarica”.

Tornando ai fatti di domenica è stato detto che l’agente ha seguito il “protocollo”. In cosa consiste?

“Nel caso ci si trovi di fronte una persona che può mettere in pericolo la vita di altri, l’operatore punta l’arma e fa una sorta di “richiamo verbale”, tipo “fermati e metti giù l’arma, altrimenti sparo”. Se questo non avviene in genere, se le circostanze lo consentono, si spara il primo colpo d’avvertimento in aria. Se anche questo non sortisce alcun effetto, il secondo va a colpire organi non vitali, come una mano, un piede. Se anche il secondo colpo non porta a nulla, si spara il terzo che può esser letale. Deve comunque essere chiara a tutti una cosa: noi interveniamo per neutralizzare un potenziale pericolo. Non interveniamo per uccidere, anche se può succedere”.