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di Beatrice Branca

Corriere di Verona, 6 febbraio 2026

“C’era un agente biondo che ha aperto la cella e ha fatto entrare gli altri quattro detenuti che mi hanno poi picchiato e stuprato nel bagno. Sono andati avanti per 20 minuti. Io ho urlato, ma nessuno è venuto in mio soccorso”. A riferirlo è un ex detenuto indiano di 46 anni che, lo scorso 30 agosto, sarebbe stato vittima di una spedizione punitiva, messa in atto da due marocchini di 55 e 24 anni, un veronese di 23 anni e un tunisino di 43 anni. Ad ascoltare ieri il racconto della vittima, per quattro ore, sono stati la giudice per le indagini preliminari Livia Magri, il sostituto procuratore Silvia Facciotti e gli avvocati Simone Giuseppe Bergamini, Tommaso Imperadore, Cristiano Pippa e Luca Bertoldi che difendono i quattro indagati.

Un’udienza complicata, interrotta dopo che uno dei detenuti, il 43enne tunisino, ha iniziato a dare in escandescenze, rompendo il vaso di una pianta, oltre a batterei pugni sulla porta dell’aula. Sono dovuti intervenire gli agenti della penitenziaria per riportarlo nelle celle di sicurezza. Poco dopo un altro degli indagati, il marocchino di 24 anni, ha iniziato ad agitarsi e a urlare alle guardie “portatemi via di qua, sono tutte bugie”, riferendosi alle parole della vittima. Il 46enne indiano, che è uscito dal carcere pochi giorni dopo il pestaggio, ha spiegato di essere stato afferrato per il collo e trascinato nel bagno. Lì sarebbe stato tenuto a terra e picchiato con calci e pugni su tutto il corpo. Poi il gruppetto gli avrebbe tolto tutti gli indumenti e, una volta rimasto nudo, lo avrebbe obbligato a fare delle flessioni a terra, deridendolo.

Due di loro gli avrebbero poi tenuto le gambe e la testa bloccata, minacciandolo con una lama di 14 centimetri per non farlo urlare e attirare l’attenzione. Un altro avrebbe iniziato a stuprarlo, mentre i suoi complici ridevano e lo incitavano. Dopo quell’orribile atto di violenza, il 46enne ha riferito di essere stato costretto a lavarsi e a rivestirsi, fingendo di essere tranquillo agli occhi degli agenti della polizia penitenziaria. “Mi hanno colpito ovunque - ha detto la vittima -, avevo ferite sul naso, sulla guancia e in altre parti del corpo”. Un resoconto che ha però poco convinto le difese, che hanno riscontrato come nel referto del medico siano state riportate solo delle lesioni a un ginocchio, a un piede e ai gomiti. Per i detenuti indagati, il racconto del 46enne sarebbe stato inventato e quelle ferite deriverebbero da un pestaggio antecedente al 30 agosto.

Un altro punto che le difese, la pm e la giudice hanno cercato di chiarire è il movente. La vittima ha spiegato che non aveva alcun problema coi suoi presunti aggressori e che non comprende dunque il motivo di quella spedizione punitiva così feroce. Stando invece agli elementi raccolti finora dagli inquirenti, dietro a quell’episodio di violenza potrebbe esserci un debito di droga o l’acquisto di un cellulare che la vittima si era rifiutata di attuare. Rimarrà poi da chiarire il ruolo di quell’agente della polizia penitenziaria, citato dalla vittima. Le difese hanno infatti chiesto ulteriori indagini e un interrogatorio anche per il compagno di cella del 46enne che si trovava vicino al luogo dell’aggressione.